Sito Nazionale Giovani delle Comunità Cristiane di Base Italiane

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"COLTIVARE SPERANZA" di Mario Campli e Marcello Vigli - Testo consigliato per la preparazione del CAMP'09

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OPINIONI


IL REGNO DI DIO FIORISCE LIBERAMENTE

di Dom Xavier Gilles

Ciao!
Vi invio la bellissima lettera che Mons. Xavier Gilles, Vescovo di Viana e mio Vescovo adottivo, ha inviato al Papa.
Molti lo vogliono nascondere ma... la Chiesa Cattolica sta conoscendo "nuovi" tempi bui!
E' facile riconoscere gli errori del passato e chiedere perdono.
Senza una fede forte è difficile vivere in una Chiesa che mai ammette gli errori del presente e preferisce l'autoritarismo all'autorevolezza!
L'autorevolezza dei nostri insegnamenti non viene dai ruoli di potere ma dalla giustizia e onestà!!! Senza giustizia e onestà infatti non ci sarà mai pace, nemmeno nella Chiesa!
Lasciamo pure che i padroni del Tempio sgomitino per le prime poltrone e muovano astutamente le loro pedine come da sempre fanno i principi di questo mondo!
Lottiamo affinché venga davvero il Regno di Dio, un regno di sincero servizio!

Un saluto fraterno
 don Gabriele Casu

 

A SUA SANTITA BENEDETTO XVI VESCOVO DELLA CHIESA DI ROMA
QUI SULLA TERRA PASTORE DELLA CHIESA UNIVERSALE

 Santo Padre,

Sono un vescovo vecchio, indegno e senza importanza dell’interno del Maranhão, uno degli stati più poveri del Brasile. Sono vescovo della Diocesi di Viana. Sono presidente del Regionale CNBB Nordest 5 che corrisponde ai limiti geografici della Provincia Ecclesiastica del Maranhão. Dall’anno scorso sono anche presidente nazionale della Commissione Pastorale della Terra. Durante la sua visita in Brasile ho consegnato personalmente nelle sue mani una lettera riferendole un poco della realtà agricola e agraria del nostro Paese e della situazione in cui vivono i contadini e le contadine, della necessità della Riforma Agraria.

Ciò che oggi mi spinge a scriverle è a rispetto delle alterazioni introdotte nel testo finale del Documento della V Conferenza Generale dell’episcopato Latino-americano e Caribegno. Alterazioni soprattutto negli articoli che si riferiscono alle Comunità Ecclesiali di Base (CEB). Alterazioni che tentano di sottrarre quanto i vescovi hanno riconosciuto come il vero valore che le CEB rappresentano e che introducono espressioni che arrivano anche a colpevolizzare, in una certa forma, le CEB e le trattano semplicemente come piccole comunità, sottraendogli il carattere ecclesiale.

Santo Padre, è lamentevole, triste ed anche scandaloso che accada una simile cosa. Che si tenti di manipolare e svalorizzare quanto fu prodotto da un profondo lavoro dei nostri fratelli partecipanti della V Conferenza. E questo è ancor più preoccupante sapendo che nel momento della presentazione, il 30 maggio, della sintesi finale per l’approvazione nella plenaria, il testo sulle CEB semplicemente era scomparso. La spiegazione data fu che c’era stato un errore di digitazione. Ora, dopo l’approvazione del testo, le trasformazioni apportate mi danno la piena certezza che si trattava di una grossolana manipolazione, qualcosa di impensabile trattandosi di una Chiesa, della nostra Chiesa Cattolica Apostolica Romana.

Continua la lotta tra il Tempio ed il Regno. Il Tempio sempre desidera mantenere il potere e il controllo e imporsi a qualsiasi costo. Le Comunità guidate da laiche e laici nell’attesa di avere un giorno i loro preti, preti di comunità, anche se in piena comunione con i loro pastori, rappresentano un pericolo per chi vuole la centralità del potere. Il Regno di Dio, però, è frutto dello Spirito e fiorisce liberamente dove lo Spirito vuole.

Che cosa sarebbe della mia diocesi, con una popolazione di 560.000 abitanti e 26.000 Km2 se non esistessero le comunità di base? Sono loro che mantengono permanentemente la presenza della Chiesa e dello Spirito in luoghi distanti e isolati nei Campi Aperti della Baixada Maranhense e nella Valle del Rio Pindarè. Sono loro che fanno fruttificare i semi della Parola di Dio che ascoltano e annunciano. Quello che dico della mia diocesi è quanto si può dire della maggior parte della nostre chiese latino-americane e caribegne. É perché sono testimone della forza e del calore delle CEB, è perché vedo che esse sono l’unica forma che la Chiesa ha per star presente nella vita di gran parte del nostro popolo, che non posso rimanere in silenzio di fronte ai tentativi di squalificarle e di non riconoscergli legittimità.

Santo Padre, so bene dell’affetto che i brasiliani le hanno rivolto nei giorni in cui è stato qua. Tale affetto non sarebbe stato tanto, se non ci fosse stata l’azione feconda delle CEB che si sentono e si proclamano Chiesa, parte della nostra Chiesa Cattolica, e che per questo riveriscono e rispettano i suoi pastori e collaborano.

Termino qui il mio sfogo filiale e fraterno chiedendo che il testo originale approvato dai vescovi della V Conferenza sia l’unico testo considerato ufficiale. In caso contrario daremo supporto e accoglienza a quanti desiderano seminare zizzania nel campo del Signore.

 Con tutto il mio rispetto chiedo la vostra benedizione e preghiera

Dom Xavier Gilles
Vescovo di Viana-Maranhão

Viana 25 agosto 2007

 
UN'UMANITÀ CHE NON SA SALVARE SE STESSA
Le illusioni sull'ambiente

di Giovanni Sartori

La Terra è ammalata, il clima è impazzito, le risorse si assottigliano. Pian piano (troppo piano) se ne stanno accorgendo un po' tutti. Ma la gente non vuole sapere; vuole sperare. E così la gente «rimuove» le cattive notizie. Chi ne dà notizia è un catastrofico, un apocalittico, e magari anche un uccello di malaugurio. Ma se una cattiva notizia è vera, allora è vera. Ed è purtroppo vero-la scienza è pressoché unanime nel certificarlo- che siamo al cospetto di una catastrofe ecologica che andrà a rendere invivibile anche la vita dell'uomo. Comincio dalla notizia più sconfortante: che i più indifferenti al loro stesso destino sono i giovani. Gli spregiati anziani si battono, in definitiva, per le generazioni future (al momento della resa dei conti loro, gli anziani del Duemila, non ci saranno più). Ma i giovani se ne sbattono, non gliene frega niente.
Il documentario americano di Al Gore, Una verità scomoda, sul riscaldamento globale è stato visto da molta gente; ma, a quanto pare, da un pubblico tutto al di sopra dei 40 anni, nessuno, o quasi, sotto. Il cosiddetto popolo di Seattle gira il mondo diffondendo sciocchezze sul capitalismo e sulla globalizzazione, senza capire che la loro causa dovrebbe essere di salvare la Terra e, con essa, se stessi. Però anche tra i quarantenni in su l'istinto è di «struzzeggiare». Anche se l'evidenza scientifica sul collasso ecologico è ormai schiacciante, per il grosso pubblico ogni pretesto è buono per non crederci. Il dibattito si svolge su tre fronti: 1) la fallibilità delle previsioni, 2) l'incertezza sulle cause, e quindi sulle «colpe», 3) l'efficacia dei rimedi. Se queste tre indagini vengono pasticciate, allora «l'ambientalista scettico» ha buon gioco nel far confusione. Ma se vengono separate, allora si vede subito che bara al gioco.
1. Nelle previsioni bisogna distinguere tra prevedere un trend, una linea di tendenza, e prevedere una scadenza. Le previsioni sbagliate sono quasi sempre le seconde. Il che non vuol dire che siano sbagliate per eccesso di pessimismo. Al momento risultano semmai sbagliate per ottimismo. Per esempio, la Terra si sta scaldando più rapidamente del previsto. E lo stesso vale per l'esaurimento del petrolio, che potrebbe avvenire anzitempo. Invece la previsione di un trend è raramente sbagliata. Perché in questo caso non anticipiamo il «quando» di un evento, ma che avverrà. E il punto è che lo sbaglio cronologico (di date) non scredita la credibilità di un andamento.
2. In materia di spiegazione causale, l'ambientalista scettico ci racconta che le oscillazioni climatiche ci sono sempre state, e quindi che sono causate da fattori naturali e astronomici che sfuggono al nostro controllo. Se così fosse, saremmo impotenti. Ma per fortuna non è così. Nell'ultimo milione di anni i cicli glaciali sulla Terra si sono ripetuti per durate medie di 100.000 anni; e la più recente «piccola era glaciale» copre un periodo di circa 500 anni con un massimo di raffreddamento tra il 1645 e il 1750. E questi richiami fanno già intravedere radicali differenze tra quei passati e il nostro presente. Il nostro cambiamento è velocissimo e cumulativo, il che induce a sospettare uno sviluppo lineare «senza ritorno », e cioè senza ciclicità.
A conferma basta la logica, l'argomento che i fattori scatenanti dell'inquinamento dell'atmosfera e anche del suolo non esistevano in passato. L'inquinamento industriale, l'inquinamento da automobili, l'inquinamento da produzione di energia, e così via, sono una novità assoluta. Inoltre il problema non è soltanto un inquinamento riscaldante, ma anche un rapido esaurimento delle risorse, ivi incluse le risorse rinnovabili. Il nostro è ormai uno «sviluppo insostenibile », tale perché l'uomo consuma le risorse rinnovabili della Terra - specialmente l'acqua e il cibo - a un ritmo che già supera del 20 per cento la capacità che ha la Terra di rigenerarle. Un ritmo che ha tutte le minacciose sembianze di una crescita esponenziale (come nella sequenza aritmetica 1, 2, 4, 8, 16...). Dunque che la nostra catastrofe ecologica sia causata da fattori cosmici non è soltanto smentito da tutta la scienza seria e dai milioni di dati che ha raccolto, ma risulta anche una tesi del tutto implausibile a lume di logica.
3. Veniamo ai rimedi. Ovviamente i rimedi dipendono dalle cause, e cioè dalla malattia che li richiede. Altrettanto ovviamente molti rimedi non rimediano: sono sbagliati o comunque insufficienti. L'aspirina non cura la polmonite. L'acqua è un rimedio per la sete ma non per la fame. In gergo tecnico le cause sono chiamate variabili indipendenti, che possono essere tantissime (multicausalità). Inoltre una variabile indipendente può risultare dipendente da una variabile che la precede. Ma niente paura. Il groviglio viene semplificato se ci chiediamo: qual è la variabile primaria che sta a monte di tutte le altre? E cioè la variabile che più e meglio fa variare tutte le altre? A mio avviso è la variabile demografica, la «bomba demografica», e cioè l'esplosione della popolazione. In un solo secolo la popolazione si è più che triplicata. Sono passate diecimila generazioni per farci arrivare a 2 miliardi di essere umani. Oggi siamo 6 miliardi e mezzo; e tra 50 anni potremmo essere 9 miliardi. Follia. Si risponde che ci salverà la tecnologia. Forse. Ma forse no. Perché un effetto collaterale della tecnologia è di aggravare il danno.
L'uomo dell'età tecnologica ha, rispetto ai suoi antenati, un potere cento volte superiore (dico a caso) di danneggiare il suo habitat. Oggi ogni persona in più dei paesi sviluppati o in rapido sviluppo (Cina inclusa) inquina ed esaurisce le risorse naturali (mettiamo) 50 volte di più di un uomo di cinquecento anni fa. Comunque, ammettiamo - ottimisticamente - che la tecnologia ci possa salvare. Ma questa speranza è sottoposta a una condizione tassativa: fermare, e anzi fare retromarcia, sulla crescita della popolazione. Volendo, è l'intervento più facile e indolore: basta promuovere con risolutezza l'uso dei contraccettivi. Già, volendo. Sennonché la Chiesa cattolica (non le altre religioni) non vuole, il piissimo presidente Bush non vuole, e i demografi (assieme a molti economisti) vogliono sempre più bambini per alimentare le pensioni. Si può essere più irresponsabili e dissennati di così? Non volere i contraccettivi equivale a condannare, nei prossimi decenni, due miliardi di persone a morire di sete, e un altro miliardo a morire di fame. Anche se queste sono stime all'ingrosso, sono stime attendibili. A fronte delle quali non ci dovrebbero essere tabù (religiosi o emotivi) che tengano. Invece tengono. Ci siamo fregiati del titolo di homo sapiens sapiens. Ma un'umanità che non sa salvare se stessa da se stessa merita semmai il titolo di homo stupidus stupidus. A proposito: buon ferragosto. Oggi siate lieti e spensierati. Se poi vi interessa il futuro, allora mi potete ancora leggere e «male dire» domani.
15 agosto 2007

* * *

Siete d'accordo con la critica che Sartori fa ai giovani?

Segnalazione (e domanda) di Giuseppe Coscione


IL TEMPO CHE RESTA...
(Riflessione teologico/politica in un Sabato santo)

di Francesco Lauria

Oracolo del silenzio.
Mi gridano da Seir:
Sentinella, quanto resta della notte?
Sentinella, quanto resta della notte?
                               ISAIA, 21, 11


Il sabato santo è per me da sempre  un tempo ed uno spazio che mi ha al tempo stesso incuriosito e spiazzato.
Per molto tempo l'ho interpretato attraverso i canoni abbastanza consueti dell'angoscia e della solitudine kirkekardiana: un tempo di attesa, sofferenza e silenzio in preparazione della visione e del compimento della resurrezione.
Un tempo definito verso un altrove, insomma.

Aiutato dal mio libraio di fiducia, un ateo ex "settantesettino" in ricerca, mi sono cimentato nella lettura del bello e intricato saggio di Giorgio Agamben che si intitola proprio: "Il tempo che resta. Un commento alla Lettera ai Romani".
 In particolare oggi, ci troviamo allo stesso tempo di fronte e alle spalle la Resurrezione.

 Siamo quindi in un tempo fortemente messianico in cui il rapporto dialettico tra memoria e speranza, passato e presente, pienezza e mancanza, origine e fine necessita di un senso e di una forma.

 La risposta ce la fornisce lo stesso Paolo: egli definisce l'essenza/esistenza interna del tempo come ho nyn Kairos, il "tempo di ora".
 
Come oggi, sabato santo, ci troviamo nell'incertezza fiduciosa e sofferente che ci pone tra la morte e la Resurrezione di Gesù, così il tempo di ora si pone tra la Resurrezione e l'Apocalissi attraverso una circolarità che inverte il rapporto tra passato e futuro, tra memoria e speranza.

Passando dal testo biblico alla vita di ogni giorno è l'oggi, il tempo che ci resta, quello che è individualmente e umanamente possibile, all'interno della vita di ogni singolo essere umano: ad essere centro mobile, non destino, ma costruzione.
 E' il continuo kairos che ci obbliga ad una costante critica e rimessa in discussione e che si pone di fronte al continuo mutare del presente.
 Un presente sospeso, "in continua rivolta".
 La rivolta, come scrive Simona Urso si distingue dalla rivoluzione proprio attraverso la diversa esperienza del tempo.
 " Essere quindi dentro il tempo (la rivolta di Spartaco), e non auspicarsi in un tempo futuro (la prospettiva rivoluzionaria), è il tempo che resta."
 In questo possiamo accarezzare quello che Benjamin definirebbe "messianismo debole".
 La nostra continua rivolta si pone come argine all'assolutizzazione della violenza e del tempo, anche nel suo scontato destino, divenire del singolo e della comunità.

Da credente, scorgo e forse oltrepasso l'intuizione di Agamben.
 Il tempo che resta è proprio il contrario di quello che una teologia politica della violenza e dell'identità attualmente in voga vorrebbe farci credere assolutizzando insieme all'identità un kronos immobile nel suo scontato divenire finale.
 E' la libertà della nostra rivolta, del nostro tempo, a farci navigare in e verso una resurrezione pervadente che sta alle nostre spalle e insieme di fronte a noi.

 Nella nostra memoria, nella nostra storia, ma anche nella nostra speranza, nel nostro divenire.
Un resurrezione che non possiamo toccare, ma di cui riconosciamo i segni.
 Proprio oggi, nel tempo che ci resta, il tempo di un'incertezza declinata attraverso la memoria e la fede.
 In un sabato santo in cui il silenzio è il nostro tempo, necessario.
 Non è un altrove.
 Qui e ora.

 Il tempo che resta.

Giunta in redazione. Pubblicata anche su
http://larete.ilcannocchiale.it


I GIOVANI ISLAMICI E LA BATTAGLIA CONTRO IL SOSPETTO

di Paolo Rumiz

Nome: Khalid. Età: 21. Nascita: italiana. Famiglia: tunisina. La sua faccia è affilata, olivastra, occhi neri e barbetta, maghrebino doc. Il suo lavoro è smistare pacchi per una ditta di spedizioni, suonare campanelli, sorridere, consegnare. Ebbene, dal 7 luglio, la sua faccia — e anche la sua età, la stessa degli attentatori di Londra—è entrata in corto circuito col suo lavoro. A ogni pacco che consegna, legge il sospetto neglio cchi dei clienti, anche dove sospetto non c’è. Teme che l’altro lo tema. E poiché non riesce a nascondere quest’ansia, i suoi occhi sprigionano qualcosa di simile a un’ammissione di colpa, che subito inquieta l’interlocutore. Funziona così la macchina della paura. Risultato: Khalid non dorme più, è entrato in una spirale di paranoia.

«Che faccio — chiede — mi taglio la barba? Mi metto in ferie aspettando che passi? Torno in Tunisia? Mi rifugio nel branco in moschea? Questo è il mio Paese, ho scelto di vivere qui. Ma ora mi sento solo. Vedo sguardi di paura in chi mi incontra. Paura che capisco, quello che è accaduto a Londra è allucinante. Ma ora il sospetto dilaga, non si distingue più tra brava gente e malepiante, non so che immagine di me trasmettono le tv, non so cosa provoco nella testa di quelli che sono italianimda generazioni. Mi sento sempre sotto esame. Come se mi si chiedesse di dimostrare ogni giorno, ogni ora, la mia italianità, la mia esecrazione per i morti del terrorismo, la mia fedeltà alla nazione. Tutto questo è terribilmente faticoso. Ho i nervi a fior di pelle».

Un Fatur a Ramadan dei Giovani Musulmani ItalianiGuardaci bene, sembra dire ironicamente Khalid. Siamo noi, le serpi in seno, la seconda generazione degli immigrati, la stessa che ha colpito in Inghilterra. Noi, il nemico interno dell’Italia, obiettivo prossimo venturo del terrorismo islamista. Noi, reclutati dai mercanti di morte. È così che si sentono i giovani musulmani del nostro Paese, quelli nati e cresciuti qui. Schiacciati tra l’offensiva degli estremisti e la stretta della sicurezza in Italia. Spaventati dall’i identikit degli attentatori inglesi— un profilo così simile alloro, famiglie inserite, studi compiuti con successo, perfetta padronanza della lingua—e dall’ansia di chi in Italia li sente come presenze”infedeli” nello Stato che li nutre. In bilico tra le radici dei genitori e l’appartenenza alla patria. Orfani di entrambe le sponde.

Sono in tanti quelli come lui, spiega Adil El Madouakhi, responsabile di “Mondoinsieme”, centro-pilota di confronto tra immigrati in provincia di Reggio Emilia.

«Appartengono a una generazione sacrificale, che deve arrangiarsi da sé, farsi strada da sola, combattere su due fronti, rispondere di cose di cui non è responsabile. Spesso i genitori li schiacciano, ma anche la società adottiva li bastona nell’autostima, li tratta da immigrati anche se non lo sono, non li aiuta a uscire dal ghetto. I nostri modelli di accoglienza non reggono alla prova dei fatti». È qui, in questi giovani ”borderline”, che nasce lo spaesamento. Ed è qui, tra i giovani di famiglia musulmana, che i persuasori occulti venuti da chissà pescano la manovalanza del terrore.

Bologna, capannoni di periferia, cicale inferocite dal sole, consolato marocchino con bandiera al vento, chiosco di kebab dove fanno merenda i maghrebini in coda per i visti, o in pausa-pranzo dal lavoro. Musica araba in sottofondo; il gestore, Radvani, sorride e serve bibite fresche allo yogourth. Solo le targhe ti dicono che non sei a Marrakesh. Abdul ha 22 anni, è nato in Italia anche lui da famiglia di Casablanca, lavora come falegname, sta cercando casa per staccarsi dai genitori, ma da una settimana tutto gli è diventato difficile. La nascita e la cittadinanza italiana non bastano più, ora è il nome che conta, ovviamente in senso negativo. C’è sempre Londra sullo sfondo; quei «criminali pazzi che non rappresentanol’Islam». Vorrebbe dire di più, ma deve scappare al lavoro.

Moschea di viale Pallavicini, un capannone tra i capannoni e boschetti di acacie, sole da bestie, città che diventa campagna e giallo bruciato delle stoppie. Con un gruppetto di fedeli si parla della via Emilia, orientata verso la Mecca già secoli prima del Profeta, e che, per via della centuriazione romana, allinea curiosamente anche le case in quella direzione. L’imam e factotum Nabil Bayoumi brontola contro Saddam, «cane degli Americani» e Gheddafi, «un criminale». E quando si viene ai fatti di Londra e ai giovani che li hanno eseguiti, Alì, 18 anni, papà libanese e mamma italiana, nato a Bologna, mette le mani avanti, come tutti, per evitare fraintendimenti. La condanna è inequivocabile. Va oltre: «Se succedesse qui, sarei il primo a difendere il Paese». E aggiunge: «La civiltà occidentale ha grandi valori, ma proprio per questo non ha bisogno delle armi americane».

Treno locale Bologna-Modena, sole che tramonta dietro gli Appennini, nubi di zanzare in decollo sui canali. Manar, 21 anni, viaggia in seconda classe con un foulard ciclamino sui capelli. E nata a Reggio da famiglia egiziana, ha dovuto superare le diffidenze incrociate dei genitori e della società, ma è diventata titolare di un centro vendita di telefonini. Ora che può mantenersi in autonomia, si iscriverà all’università, culture orientali. La strage inglese l’ha distrutta, e da una settimana, nel tempo libero, studia su Internet e via posta elettronica le reazioni dei britannici alla scoperta che gli attentatori sono ventenni come lei.

«Ho provato —spiega—un dolore indescrivibile a sapere che quelli erano nati e cresciuti attorno a Londra». Un tradimento, dice, anche contro di noi, che lavoriamo per costruire «un ponte tra la nostra fede e la nostra cittadinanza». Un signore seduto di fronte a lei le chiede di dov’è, e lei dice «italiana». Poi aggiunge, con accento emiliano tosto: «Di famiglia egiziana. E non sono terrorista». L’altro ci resta un po’ male, poi sorride. Manar sente come un sismografo il distacco, la curiosità, la paura della gente. «Non li biasimo - dIce — capisco benissimo cosa possa passare per la testa in giorni come questi». Da quando la tensione è in aumento, la signora Kaha Mohammed Aden, 30 anni, somala, insegnante di sociologia all’università di Pavia, ha sostituito il primo cognome — inequivocabilmente musulmano — con una semplice M. Emme punto. «Mohammed attirava troppa curiosità — dice — ed ero stanca di dovermi giustificare continuamente, visto che non c’entro niente col terrorismo. Altre donne reagiscono spavaldamente, mettendo il velo. Io ho scelto così». Ha un peso sullo stomaco: «Esiste solo chi ha voce, e oggi sono visibili solo gli assassini. La stampa e la politica danno voce al radicali, rafforzandone la posizione nella comunità! I moderati non parlano perché non rappresentano nessuno. Io non rappresento nessuno. E oggi dare voce a chi non ne ha è importantissimo».

Anche Osama Assagir, capo dei Giovani Musulmani d’Italia, studente in scienze politiche a Padova, è rimasto bastonato dal profilo degli attentatori londinesi. «I terroristi cercano effettivamente di sfondare nella linea della seconda generazione. Lo hanno fatto in Inghilterra, possono farlo anche qui. Ma sono anche convinto che questa bomba si disinnesca prima di tutto sul piano della cultura e dell’integrazione. Non basta la sicurezza. Noi del Gmi cerchiamo di coniugare una fedeltà forte all’Italia con la nostra libertà religiosa. Ma proprio questa nostra generazione è lasciata ai margini, in questo momento cruciale».

da "La Repubblica" del 17 luglio 2005


PROLETARIO, SENSUALE, POLITICO, HIPPY... :
UNO SCANDALO CHE DURA DA DUEMILA ANNI!

di Dario Fo

Lo scandalo dura da duemila armi e si rinnova ogni volta che esce un nuovo romanzo, saggio o film sulla figura di Gesù. I tempi però cambiano, nessuno ora chiede più la censura.. Lo scandalo creato intorno alla Passione di Mel Gibson pare poca cosa a confronto delle scomuniche piovute addosso a Dario Fo per Mistero buffo. La censura ora si muove su altri temi e il Nobel parla di quella cattolica quasi con tenerezza. «In fondo la Chiesa è piena di contraddizioni. La più convinta difesa di Mistero buffo l'hanno fatta i professori gesuiti. Per trasmetterlo in televisione era stata creata una commissione, per metà politica e per l'altra religiosa. All'esame finale i laici erano tesi e preoccupati invece i frati domenicani esplodevano in grandi risate».

 

Per il mondo cattolico ufficiale il Gesù degli artisti è sempre qualcosa di troppo. Troppo politico e ribelle, troppo iracondo o troppo allegro, soprattutto troppo umano.

«Troppo umano sì questo è il punto. La natura umana di Cristo è stata la questione più dibattuta alle origini del cristianesimo, ha scatenato guerre teologiche. Dio ha creato Cristo. L’uno è il Padre e l'altro il Figlio, oppure Dio e Cristo sono la stessa cosa, consustanziali? Su questo dubbio si è consumato lo scontro con l’arianesimo. Certo la profonda umanità di Cristo è il tratto più sconvolgente ed emozionante dei Vangeli. Tutti, apocrifi e no, lo descrivono come un uomo pieno di coraggio ma che conosce la paura, mosso dalla fede ma anche tormentato dai dubbi. Capace di gioia come di rabbia, a volte triste e amaro e più spesso giocoso, ironico. Un uomo che ama i piaceri della tavola, gode delle gioie concrete della vita e cura anche il proprio corpo».

Mi ricordo il Gesù della Via Lattea di Luis Buñuel che sta per radersi quando la Madonna lo sconsiglia («Stai meglio con la barba») allora lui rinuncia.

«È stata considerata una scena blasfema e invece si tratta molto probabilmente di vita quoti-diana dell'epoca. Ai tempi di Cristo gli uomini in Palestina si rasavano alla maniera romana. Nei mosaici di Ravenna c’è una sequenza in cui Cristo si fa crescere la barba».

È probabile che Buñuel la conoscesse. Era uno straordinario studioso di religione e della figura di Cristo. Anche se, come amava ripetere, grazie a Dio era ateo.

«Una frase magnifica. Grazie a Dio, ci sono gli atei. E nessuno ha spiegato il Vangelo meglio di loro. Il Gesù di Buñuel è un uomo che ama il convivio e racconta le parabole con la pause di un grande attore, si diverte a far ridere gli apostoli con l'arte del paradosso. È tutto già nei Vangeli, basta essere fedeli alla lettera per scatenare lo scandalo. Non è un caso che la Chiesa romana si sia opposta per secoli alla traduzione in volgare dei Vangeli, per evitare che i fedeli potessero leggerli da soli, senza l'interpretazione delle gerarchie ecclesiastiche».

È un bel paradosso. Quanto più un artista si avvicina alla lettera evangelica, tanto più violenta è la reazione delle gerarchie. Accadde anche a Pasolini per "Il Vangelo secondo Matteo"(clicca sulle immagini per avere notizie di questo film).

«Con Pasolini lavoravo su un paio di progetti e ne parlammo a lungo. Era sinceramente sbalordito della reazione viscerale della Chiesa. Eppure lui si era attenuto al racconto di Matteo. Era un uomo coltissimo, un autentico filologo, aveva compulsato una montagna di libri e di documenti».

Nella sua opera sul Caravaggio, il genio è accusato di eresia proprio per aver propagandato il ritorno al Vangelo originale.

«L'opera del Caravaggio è anche questo, il ritorno alla lettera del Vangelo. Molti quadri sono concepiti come traduzione fedele del racconto evangelico. All'epoca della Controriforma la le tura libera dei testi sacri era proibita, qualche papa arrivò al punto di mettere taglie in danaro per rintracciare i traduttori in volgare».

Considerata l'esperienza personale di Mistero buffo, quali sono gli aspetti della predicazione di Cristo che suscitano ancora oggi scandalo e reazioni risentite?

«Uno è il disprezzo per i ricchi. La storia della cruna e dell'ago e dei ricchi che non entreranno mai nel regno dei cieli è sempre stata scandalosa. E l'ho narrata al nostri tempi. Per quanto uno si metta in testa di caricare di significati politici la parola di Gesù, che cosa potremo inventarci di più definitivo e duro? Cristo reagisce sempre con amarezza di fronte all'avidità degli uomini. Quando libera un povero indemoniato e trasferisce i diavoli dentro un branco di maiali, i contadini lo insultano, rimproverandolo di averli rovinati. E Cristo se ne va, senza una parola».

Un altro elemento di scandalo è il modo di considerare le donne, per l'epoca sicuramente rivoluzionario.

«È un altro aspetto molto censurato. Fino alla tradizione medievale Maddalena è stata importantissima, un tramite di cui Gesù si serve in continuazione. Quando Cristo risorge, compare a due apostoli che non lo riconoscono e allora va da Maddalena che lo riconosce e lo vorrebbe abbracciare. Nella tradizione popolare Maddalena è assunta in cielo, le si rivolgono molte preghiere. Gesù rompe molti tabù della sua cultura, per esempio conversa con una donna straniera, la samaritana».

E poi c'è la questione del potere e dell'esercizio della violenza. In una società dove comandava la legge dell'occhio per occhio, arriva quest'uomo che insegna a porgere l'altra guancia.

Su questo punto si consumano i grandi scismi. Pensi quanto occorre stravolgere il messaggio di Cristo per farne un Dio che benedice le guerre e unge gli imperatori. Al potere servi-va un Dio guerriero che rendesse sacro l'uso della violenza».

Se è per questo, ancora oggi Bush si consiglia con Gesù prima di ogni attacco.

«Questa è la vera bestemmia, altro che il Gesù di Mel Gibson o di Martin Scorsese».

Da grande uomo di teatro, le è mal venuta la tentazione di studiare i Vangeli dal punto di vista della tecnica teatrale usata da Cristo per parlare alle masse?

«L'ho fatto in maniera indiretta, con il lavoro su San Francesco. Francesco si definiva il giullare di Dio e rimane il migliore esempio di autentica imitazione di Cristo. Usava le stesse tecniche teatrali, raccontava parabole, procedeva per paradossi, rispondeva con provocazioni intellettuali alle provocazioni del potere. Infine, elemento non secondario, San Francesco come Gesù era dotato di un finissimo senso dell'umorismo. Anche qui la reazione del mondo cattolico è stata contraddittoria. Da una parte il fastidio dei vescovi, dall'altra l'entusiasmo di molti intellettuali. La più bella recensione di San Francesco l'ha fatta il giornale dei gesuiti».

Intervista di Curzio Maltese su "Il Venerdì" di "La Repubblica"del 2 aprile 2004


QUEI RAGAZZI DI BEIRUT COL CORANO E LA CROCE

di Gad Lerner

…Il mio cuore batte per le ragazze e i ragazzi di Beirut che innalzano in una mano il Corano e nell'altra la croce, alla faccia dei predicatori di guerra fra religioni o civiltà.

Da oltre un mese tengono piazza dei Martiri giorno e notte - le donne non a caso in prima fila, la speranza è femminile in Medio Oriente più che altrove - e lì hanno generato la risposta araba più innovativa e lungimirante alla sfida dell'11 settembre 2001: un nuovo senso di comunità, viversi come popolo oltre le barriere etniche o di culto che hanno insanguinato la vita dei loro genitori. Cristiani maroniti, musulmani sunniti, drusi e anche gli sciiti trascinati a erigere l'unico tabù di cui il Libano indipendente ha bisogno: mai più una guerra civile fra noi.

Mi emoziona la fragilità del loro movimento, affidato alla saggezza dei più giovani che attingono però a una storia secolare di convivenza e rifiutano l'idea di averla perduta per sempre.

Quando ci sono nato io sul finire del 1954, proprio vicino all'hotel Saint George saltato per aria nell'attentato che ha ucciso Rafiq Hariri, quella Beirut era ancora una capitale cosmopolita, una di quelle meravigliose città costiere che da Costantinopoli ad Alessandria hanno consolidato nei secoli l'eccellenza della civiltà mediterranea. Il nazionalismo panarabo, esaltato nel rifiuto di uno Stato ebraico, già incrinava quel delicato meccanismo di coabitazione. Poi sono arrivati i profughi palestinesi, rinchiusi in terribili campi. Li hanno usati come detonatore delle contraddizioni latenti, "libanizzazione" è diventata parola terribile sinonimo del tutti contro tutti. Finché il modello Khomeinista ha penetrato il sud scutai introducendo per la prima volta in Medio Oriente l'arma totale del martire assassino. E il regime baathista di Damasco vi ha instaurato un predominio essenziale alla sua sopravvivenza economica e militare. Adesso la rivoluzione dei cedri rivela che quel mosaico delicatissimo, forse, è ricomponibile. Perché il Libano resta pur sempre nella memoria di chi lo vive il sogno dolcissimo dei contrasti generatori di felicità: la montagna che incontra il mare, la fusione d'Europa e d'Oriente, il vino francese e le verdure del Levante, appendice naturale della terra del latte e del miele. Un sogno sfregiato, appunto, dalla prima guerra civile di un Medio Oriente che vedeva andare in frantumi la sua civiltà amalgamata. Ma chi l'aveva conosciuto, anche solo come memoria familiare, non ha mai smesso di rimpiangerlo come il modello perduto dell'unica pace cui valga la pena di aspirare: la pace fra diversi uniti da un comune desiderio di buonavita.

I ragazzi della croce e del Corano sono figli di quel rimpianto. I loro genitori si sono fatti una guerra feroce strada per strada, il filo spinato divideva i quartieri e li sottometteva al dominio dei clan. Per questo allo scoppio del tritolo hanno avvertito il rischio di precipitare in un terribile deja vu. Che tutto ricominciasse come negli anni in cui sono nati e da cui erano scampati.

Più ancora degli sciiti e dei curdi iracheni che votando a milioni il 30 gennaio scorso hanno rivendicato un'esistenza libera ma separata, non comunicante, i cittadini di Beirut indicano la soluzione obbligata della convivenza multiculturale. Sono molto più avanti, dobbiamo aiutarli a crederci perché la loro soluzione è anche la nostra soluzione. Perché il futuro preconizzato dai teorici della irreformabilità dell'islam e dell'esportazione armata della democrazia, è solo un futuro catastrofico di ulteriore "libanizzazione" deI Medio Oriente. Il Libano del 2005 dimostra invece che la storia può ricominciare a correre per il verso giusto.

Perfino quando in piazza a Beirut si è dispiegata la forza tuttora imponente degli hezbollah filosiriani, espressione di un odio antioccidentale e antiisraeliano radicatosi nei decenni di conflitto, abbiamo percepito segnali di speranza. Intanto perché gli stessi hezbollah si sono dovuti ben guardare dall'inneggiare alla contrapposizione etnica, anch'essi hanno innalzato la bandiera nazionale e cantato non a caso l'inno di origine cristiano-maronita. Ma soprattutto perché il movimento per la libertà ha subito dopo saputo rispondere con una mobilitazione di analoga forza numerica. Certo il Libano vive un equilibrio precario che potrebbe precipitare da un momento all'altro, ma proprio per questo i leader del movimento ammoniscono le potenze occidentali, prima fra tutte l'America di Bush: sarebbe un errore fatale liquidare come mera organizzazione terroristica gli hezbollah finanziati dall'Iran, quando invece dobbiamo fare i conti col loro radicamento popolare e semmai favorire l'integrazione degli sciiti libanesi nel processo democratico.

Questo popolo libanese che riscopre l'unicità del suo destino, indica a noi un percorso di liberazione che è poi quello di tutte le rivoluzioni contemporane e vittoriose: i movimenti nonviolenti che hanno abbattuto i regimi comunisti dell'est europeo nel 1989; la prima intifada palestinese che piegò l'intransigenza israeliana determinando la svolta di Rabin; la pacifica rivoluzione sudafricana guidata da Nelson Mandela; la stessa recente rinuncia alla pratica del terrore rivelatasi fallimentare da parte dell'Autorità palestinese; fino all'entusiasmante mobilitazione degli ucraini contro i brogli elettorali...

Non è affatto vero che la storia stia dando ragione alla brutalità delle armi, il modello efficace dei regime changes non è certo quello dell'invasione dell'Iraq che schiaccia il popolo insieme al tiranno. Ma al contrario è quello delle società civili capaci di ritrovare in se stesse il senso e la speranza di un futuro liberato.

Vero è che nessuno di questi grandi movimenti popolari avrebbe avuto chances di successo in assenza di energiche pressioni internazionali che ne sostenessero il cammino. Così come in Ucraina è stata decisiva l'azione dell'Unione europea e degli Usa per dare sbocco positivo alla rivoluzione arancione, anche in Libano la diplomazia congiunta di Bush e Chirac può fornire al movimento un'agibilità politica altrimenti impossibile. Perché ciò si realizzi occorre però che l'opinione pubblica europea critica nei confronti della dottrina della guerra preventiva, sappia riconoscere la straordinaria novità della piazza di Beirut: il rovesciamento simbolico della: il rovesciamento simbolico della spirale innescata l'11 settembre22001, l'incarnazione di un'alternativa al clash delle nostre civiltà.

Apprendiamo che dietro ai volti sorridenti di piazza dei Martiri, dietro ai loro slogan e a quel logo biancorossoverde "Indipendence 05", ci sarebbe la mano sapiente di un creativo della Saatchi&Saatchi. Non ci vedo proprio niente di male, anzi. Benvengano pure i pubblicitari a dispiegare la carica simbolica scaturita da un incontro fra ragazzi ex nemici che in Medio Oriente hanno il coraggio di sollevare insieme la croce e il Corano. Chi tre anni fa ha appeso le bandiere della pace alla finestra, oggi trova finalmente sulla sponda sud del Mediterraneo non solo degli alleati, ma dei fratelli.

da "La Repubblica" del 18 marzo 2005


DOBBIAMO IMPARARE LA LINGUA DEI MARZIANI...SE VOGLIAMO SOPRAVVIVERE!

di Giovanni Sarubbi

Da un po’ di tempo la mia casella di posta elettronica è piena di messaggi scritti in una lingua incomprensibile. I caratteri sembrano quelli del nostro alfabeto, ma le parole sono del tutto incomprensibili. Mancano le vocali, ci sono un mucchio di "x" o parentesi o segni di punteggiatura. Provo a trascrivere una di queste frasi, caso mai qualcuno potesse darmi una mano. "c6? sn :) xciò rolft". Non è italiano, né inglese, né cinese o alcuna delle lingue che conosco. Una volta mi è giunta una email dal Giappone scritta in giapponese e non ho potuto far altro che cancellarla. Confesso di non conoscere il giapponese. Ma in questo caso la lettera proviene dall'Italia. Che faccio? La cestino o gli rispondo chiedendogli che cosa vuole? Ma in che lingua gli scrivo? Anche il nome della casella di posta che mi scrive è strano: mxsr@tin.it. Chi è "mxsr"? Sarà un maschio o una femmina? Sarà giovane o vecchio? Come si dice "caro" o "cara" in lingua marziana? E se è un pezzo grosso, come si dice "egregio" o "eccellenza reverendissima"?

L'incubo dei marziani mi ha perseguitato per alcuni giorni. I messaggi hanno continuato ad arrivare con costanza quasi maniacale due tre volte al giorno. Qualcuno voleva comunicarmi qualcosa ma io non capivo che cosa. Una sera mi accorgo che tutti i messaggi giunti nei giorni precedenti erano spariti, ma non li avevo cancellati io. Qualcuno lo aveva fatto. Penso subito a mia figlia. Vado nella sua stanza ma non la trovo. Sono attirato da qualcosa sulla sua scrivania: era il suo diario. Giuro che era aperto e che non l'ho fatto apposta a guardare quello che c'era scritto. Ma non ho potuto farne a meno perché quella pagina era scritta in quella lingua strana che mi perseguitava da giorni. "Mia figlia è diventata una marziana - mi sono detto subito - Gli alieni come in uno di quei film di fantascienza che tanto piacciono proprio ai ragazzi d'oggi, sono entrati nel suo corpo e la guidano alla conquista della terra. Devo dare l'allarme, tenerla sotto controllo, vedere con chi esce e dove va...

Mi sveglio dall'incubo. Non ci sono marziani attorno a me. Forse sono io il marziano, o forse ho solo fatto un brutto sogno. Ho anche la bocca amara. Allora è sicuro: ho mangiato troppo ieri sera e non ho digerito. Ma di lì a poco mi giunge un'altra email, sempre dallo stesso indirizzo e sempre in quella lingua strana. Così prendo il coraggio a due mani e gli rispondo, in italiano corrente. "Chi sei e perché mi scrivi in questa lingua strana ?". Fine messaggio seguito dal mio nome e cognome. Non è granché ma per iniziare può bastare. Dopo una decina di minuti mi giunge la risposta. Questa volta in italiano corrente. "Ciao sono Sara, pensavo che fosse Milena a leggere le mie email mi scusi". Era una delle amiche di mia figlia che usava a mia insaputa il mio indirizzo email per comunicare. Mistero risolto, ero io il marziano!

Così mi sono ricordato di quello che facevo anche io da ragazzo quando volevo comunicare qualcosa in segreto a qualche amico. Usavamo una sorta di alfabeto morse con simboli per dire intere frasi scritti su piccoli pezzi di carta che ci passavamo di nascosto. Il ciclo della vita si ripete ma con strumenti diversi. Ho preso il coraggio a due mani e ho chiesto all'amica di mia figlia di spiegarmi il loro linguaggio. Parlare con le figlie degli altri è più facile e lo è anche per loro. Ne ho ottenuto una sorta di minivocabolario, assolutamente incompleto ed in continua evoluzione, che vi sottopongo.

:) = felice

:/ = incazzato

= piango

:? = perplesso

cm = come

t = ti

qlcs = qualcosa

c6 = ci sei

= però

( = triste

%/ = strano

;) = okkiolino

cmq = comunque

xké = perché

1 = una/o

qlch = qualche

sn = sono

xciò = perciò

:D = contento

:* = bacio

;P = divertito

cs = cosa

nn = non

cell. = cellulare

ta = ti amo

x = per

lol = ridere a crepapelle (traduzione dall'inglese)

rolft = rotolare a terra dalle risate (traduzione dall'inglese)

tvtttttttttttttttb = ti voglio tanto...bene

La punteggiatura, come nella famosa scena di Totò e Peppino intenti a scrivere una lettera, è facoltativa, magari da mettere alla fine del messaggio, poi ognuno si arrangi.

Mi hanno detto che è iniziato tutto con i messaggi per cellulari che al massimo potevano essere lunghi 500 caratteri. Dì necessità virtù. i 500 caratteri sono bastati per scrivere intere lettere d'amore. Nessuno sa chi ha inventato il vocabolario, ma tutti lo capiscono e se è necessario si può sempre parlare. Quello, almeno, viene fatto ancora con suoni intellegibili da tutti. Fino a quando?

Nel mondo ipertecnologico delle nostre società occidentali, ritorna il predominio della parola parlata e delle immagini, simili agli ideogrammi cinesi, per comunicare. Le regole della grammatica e i generi letterari finora inventati, tutti nel cestino. Il grande patrimonio letterario dell'umanità, ignorato dai più. La prospettiva sembra essere quella di una società dove solo pochi avranno una cultura e potranno essere veramente liberi. Ma forse non tutto è perduto. Forse i marziani ci salveranno.

da "Tempi di Fraternità" n°1, Gennaio 2004
www.tempidifraternita.it


LO STRANO FRANCESCANESIMO DI GIANFRANCO FINI

LA PROVOCAZIONE:
GIANFRANCO FINI AD ASSISI IL 4/10/2004

Si chiama nientemeno che "messaggio agli italiani" quello che Gianfranco Fini ha letto ad Assisi il 4 ottobre, aprendo le celebrazioni per la festa di Francesco d'Assisi, santo patrono del nostro Paese. E ha parlato proprio di san Francesco, solo che ne ha presentato uno a suo uso e consumo, ad uso e consumo del suo governo, ad personam, tanto per rimanere nello stile del suo diretto capo, il presidente del Consiglio.
Ecco il suo discorso, privato appena dei saluti introduttivi:

"Tutti sanno che lo spirito francescano si riassume nella scelta della povertà, non solo individuale ma anche collettiva. Ma la povertà francescana non è svalutazione delle cose umane, isolamento dal mondo, rifiuto della vita. Essa ammira i beni terreni, ma vi rinuncia; contempla le bellezze del creato, ma non ne gode.

Essa è simbolo di una vita umile, che stima e persegue solo l'"unico bene necessario". Anche per questo San Francesco fu veramente un "operatore di pace" (Mt 5,9). Egli riportò la pace fra i ceti sociali, tra città e città, tra clero e popolo, tra Chiesa e Stato, e perfino tra uomini e belve, come dimostra il celebre episodio del lupo di Gubbio. Come la povertà, anche la pace era da lui desiderata come un mezzo, non come un fine, e come un mezzo al servizio del bene comune. Lo riprova il fatto ch'egli non condannò mai la legittima difesa, sia del singolo che della comunità.

È bene ricordare che Francesco e i suoi successori non fecero mai opera di dissuasione dal portare le armi per difendere i giusti e gli umili. Non lo fece presso i cavalieri del Santo Sepolcro, affiliati per regola al terz'Ordine secolare, né presso illustri terziari francescani, che erano anche capi militari, come Giovanni di Brienne, il valoroso principe di Gerusalemme che godette dell'amicizia personale di Francesco, conosciuto proprio sul campo della quinta Crociata.

Il famoso divieto di portare armi, stabilito nel 1228 per il terz'Ordine secolare francescano, confermato poi da Papa Niccolò IV, suonava così: "I fratelli non portino con sé armi offensive, se non per difesa della Chiesa Romana, della fede cristiana, o anche della loro terra, o con il permesso dei loro ministri".

Ciò dimostra che la regola francescana intende proibire non tanto l'uso delle armi, quanto l'aggressione armata. Questa giusta nozione di pace è quanto mai importante in un'epoca come l'attuale, insanguinata da conflitti di ogni tipo, ed in cui la libertà e la sicurezza devono essere difese ogni giorno da chi, in divisa, è al servizio del bene comune.

I frati minori, custodi di questa Basilica ed eredi dello spirito francescano svolgono (e dovranno svolgere sempre di più) un ruolo di equilibrio e di orientamento delle coscienze in questa direzione. Nel francescanesimo c'è un'altra verità paradossale: fu proprio il movimento religioso più ascetico che influì più degli altri nella vita del suo e del nostro tempo.
Francesco diede vita a un vero e proprio apostolato civile, per cui può essere considerato come un riformatore sociale del suo tempo. Francesco viene talvolta raffigurato come una sorta di rivoluzionario ante litteram, ma il santo non istigò mai alla rivolta sociale, anzi, ripeteva continuamente che bisogna preoccuparsi non della salvezza dei corpi ma di quella delle anime.

Guardandosi bene dall'aizzare la cupidigia e l'invidia dei poveri e dei deboli contro i ricchi e i potenti, Francesco esortò sempre i diseredati a pazientare dignitosamente, insegnando loro non la superbia dei diritti, ma l'umiltà dei doveri. Francesco quindi non predicò sommosse civili, né lotte di classe, ma, anzi, cercò sempre di garantire la concordia e l'armonia. Nel trattare coi potenti, Francesco per regola "teneva saggiamente conto delle condizioni sociali di ognuno" e manifestava uno scrupoloso rispetto per le autorità del suo tempo, sia laiche che ecclesiastiche.

Fu questo prudente realismo che permise al francescanesimo di essere fra gli ispiratori del grande movimento cristiano che promosse, a partire dagli inizi dell'Ottocento, la difesa sociale e sindacale e il miglioramento economico delle classi meno abbienti. Questo realismo, questo spirito di equilibrio, permise a Francesco di svolgere una missione presso il sultano d'Egitto, Malik al Kamil; una missione che, sebbene fallita nel suo tentativo fondamentale, che era quello di convertire al cristianesimo il principe islamico, ebbe come effetto quello di rendere possibile una presenza pacifica dei cristiani in Terrasanta, al punto tale che da sempre i figli della famiglia francescana hanno il compito della custodia dei luoghi sacri, per speciale ed antico privilegio che si fa risalire per l'appunto all'impressione ed al rispetto che anche presso i musulmani il Santo di Assisi seppe suscitare.
È con questo stesso spirito, radicato nel patrimonio spirituale francescano, che dobbiamo oggi affrontare il confronto con le altre culture e le altre religioni per un fecondo incontro ed un autentico contributo alla pace, alla verità e alla libertà, senza che questo significhi in alcun modo una rinuncia alla nostra identità

È in questa prospettiva che va letta l'istituzione della giornata nazionale del dialogo tra le religioni, approvata lo scorso 23 settembre dalla Camera. Si tratta di un significativo segnale di fiducia in un momento che vede prevalere forme di fanatismo estranee alla nostra tradizione religiosa e civile. Il fanatismo è estraneo ad ogni tradizione religiosa autenticamente interpretata e vissuta. Al riguardo è stato bello ascoltare ieri il grande Imam del Cairo Mohamed Tantawi, che ha avuto nette ed esplicite parole di condanna per chi, col terrorismo, offende la cultura islamica.

Nella figura di Francesco, tutti gli uomini, anche i non credenti, possono vedere realizzate, "in maniera esemplare - sono parole di Giovanni Paolo II - quelle cose alle quali essi maggiormente anelano, tuttavia spesso senza riuscire a raggiungerle nella loro esistenza: e cioè la gioia, la libertà, la pace, l'armonia e la riconciliazione tra di loro e tra gli uomini e le cose".

Adista


LA RISPOSTA:
"FRANCESCO D’ASSISI NEL SECOLO XXI:
IMITAZIONE O STRUMENTALIZZAZIONE?"

estratti dal "Cantiere Cipax" del 21/10/2004

 

Interventi:

Prof.ssa CHIARA FRUGONI dell’Università di Roma e di Pisa

Padre MARINO PORCELLI francescano

Suor TIZIANA LONGHITANO francescana

Don TONIO DELL’OLIO di Pax Christi
 

Moderatore: LUIGI SANDRI, giornalista

 

 

 

STEFANIA

Cominciamo con una danza molto, molto semplice però anche preghiera. Il canto dice: O signore. Mettiamo le mani davanti a noi, perché questo gesto significa: eccomi, sono qui nudo, senza niente davanti. Sono proprio come sono. Quindi molto lentamente.

Fa di me uno strumento della tua pace. Le mani si alzano perché andiamo a chiedere tutta l’energia del cielo per essere strumenti di pace.

Lo facciamo in 5 direzioni diverse.

LUIGI SANDRI

Dopo questo bel canto che ci ha messo così nell’atmosfera giusta, cominciamo questa serata che ci sembra importante. Il caso, il caso serio, ma per certi aspetti anche un po’ buffo, è nato il 4 ottobre scorso quando il vice presidente del Consiglio italiano in sostanza ha arruolato Francesco di Assisi come protettore della "guerra preventiva" di Bush e dei suoi alleati. E’ una guerra difensiva e secondo lui Francesco sosteneva questo. Voi sapete che questo ha provocato discorsi, polemiche, questioni, interrogativi. E perciò per noi è molto importante riflettere insieme con i nostri amici che son venuti per aiutarci a capire quello che accadde 7 secoli fa e quello che accade oggi.

Darei per prima la parola alla professoressa Chiara Frugoni, che io dico la più grande (ma certo una delle più grandi) storica del medioevo e in particolare del periodo (secolo XII-XIII) che interessa appunto il francescanesimo. Abbiamo qui anche il nostro padre Marino Porcelli, francescano, che ci parla dall’interno. Lui sa bene chi era Francesco, perché è un suo figlio, discepolo di per cui ci dirà bene il pensiero vero di questo santo. Poi abbiamo la suora francescana Tiziana Longhitano ed infine Tonino Dell’Olio che è il Segretario Nazionale di Pax Christi, un movimento cattolico coraggiosissimo, che in questi tempi burrascosi tiene alta la bandiera della pace senza se e senza ma. Ha scritto una lettera molto interessante, dicendosi "parte lesa", come il nostro Giovanni Franzoni.

La professoressa CHIARA FRUGONI ci dirà dal punto di vista storico se Francesco era uno che voleva la pace senza se e senza ma. Insomma come lui ha visto questa questione nel periodo ferrigno del Medioevo in cui lui è vissuto.

 

Intervento della professoressa CHIARA FRUGONI

Francesco naturalmente era contro qualsiasi guerra. E’ stata fatta una ricerca sul lessico, sulle parole usate da Francesco e non esiste nessuna parola come "milizia", e "militare" neanche in senso allegorico. Cioè neanche per dire la lotta contro il demonio, Francesco ha mai usato parole che si riferiscono ad "armi". Francesco è vissuto in un periodo assolutamente di guerre tremende, di guerre volute dalla Chiesa: un periodo di "crociate" che non erano soltanto le crociate oltremare, ma erano crociate ad esempio contro gli "eretici". Francesco viveva avendo attorno a sé moltissimi "catari", questi "eretici" (persone che la Chiesa bollava come "eretici"), persone di grande successo, proprio perché degnissime e contro la guerra, non violente. E quindi Francesco ha sempre risposto a questi "catari" che avevano però una concezione estremamente "cupa" del creato, ad esempio con il "cantico delle creature" che è stato ritenuto un canto anti-cataro.

Francesco si trovava di fronte a una Chiesa che continuava a bandire crociate e perpetrava grandissimi massacri come con gli albigesi, che appunto sono catari. Ma anche crociate per motivi politici contro l’Imperatore, contro chiunque. Allora Francesco fece una cosa sulla quale vale la pena di riflettere. Mentre la Chiesa chiede ufficialmente di predicare per le armi, per le crociate (Innocenzo III aveva prescritto che ad ogni messa si dovesse fare una predica a favore delle crociate, raccogliere soldi per il sacro passaggio) Francesco non ha mai una parola in questo senso. Quindi va contro corrente in una maniera estremamente coraggiosa e dissonante. Poi ha quest’idea straordinaria di partire (con i pochi mezzi che aveva, a piedi e con le navi) arriva dai Crociati. E abbiamo due fonti contemporanee a Francesco. Una fonte francese, che ci dice che Francesco ha cercato di parlare ai crociati; ha cercato di convincerli a non combattere, e quando vede il male, li lascia e va dal Sultano.

Dall’altra, abbiamo il vescovo Giacomo da Vitreaux, che è in quel momento a Damietta, quindi è un testimone oculare che rimane sconvolto e sconcertato (e lo scrive) perché tutti i suoi migliori collaboratori lo stanno lasciando, facendosi tutti francescani, mentre lui porta avanti la linea della Chiesa, la linea non solo delle crociate, ma delle conversioni forzate.

Francesco va dal Sultano e vi rimane (e questa è una cosa da sottolineare). Non è un colloquio. Abbiamo anche una fonte araba (è rimasta un’epigrafe) che parla di questo colloquio di Francesco con il sultano Malik al-Kamil. Rimane alcuni mesi e sarebbe rimasto ancora, se ad un certo punto un francescano non fosse arrivato a dirgli: guarda che il tuo Ordine (che allora non era ancora un Ordine), il tuo Movimento si sta aprendo e quindi bisogna che tu torni, perché altrimenti si sfascia. Francesco è costretto a lasciare l’Egitto. Ma una cosa straordinaria è che, quasi riflettendo su questo lunghissimo soggiorno tra i saraceni, mette nella regola non bollata (che non ha purtroppo l’approvazione papale) come stare fra i saraceni. Questo in un periodo in cui la chiesa considera i musulmani addirittura senz’anima e discetta se siano degli animali, se possano andare addirittura all’inferno, non essendo nemmeno degli uomini (proviamo a leggere cosa scrive Innocenzo III di Maometto, dei Maomettani: una serie di insulti che fa impressione ripeterli). Ecco in questo tempo Francesco non dice di andare contro i saraceni, ma dice di stare fra i saraceni. E propone due modi. Prima di tutto non dovete fare né liti, né dispute. E queste sono parole tecniche, che vanno proprio contro l’idea della Chiesa, che se non chiedeva proprio la distruzione fisica dell’eretico o di chi è portatore di un’altra religione, ne voleva almeno assolutamente l’annientamento spirituale, la sconfitta, l’umiliazione attraverso le dispute che venivano fatte anche in pubblico. Francesco dice non dovete fare né liti, né dispute, ma soltanto confessare di essere cristiani e dare il buon esempio. Se sarà possibile parlate di Dio, altrimenti (e questa è l’altra strada) siate pronti a morire e ad offrire l’altra guancia.

Quindi Francesco mette nella regola, che è normativa, l’applicazione radicale del vangelo: offrire l’altra guancia e stare fra i saraceni. Quindi chiede il rispetto estremo per gli "altri", per questa religione di cui assolutamente non parla mai male. Una serie di gesti, anzi, fanno sentire quanto provi rispetto per quella religione. Francesco addirittura raccoglie lettere che parlano di Dio anche del Dio non dei cristiani, perché dice che comunque in quelle c’è lo spirito divino. Così chiede che alla sera, ogni sera, il guardiano chiami alla preghiera: qui c’è il ricordo del muezzin.

Francesco, quindi, è assolutamente senza armi. E una cosa ancora da sottolineare: agli inizi, quando comincia con pochissimi Compagni, il suo saluto (il Signore vi dia pace) è sentito in un’epoca di continue guerra, anche guerre comunali, così strano, che la gente scappa, credendo che queste persone siano pazze.

Questo di nuovo ci dà l’idea, la misura della continua violenza, della continua guerra che c’era al tempo di Francesco e proprio il suo andare contro corrente con il suo modo che non è mai un modo aggressivo. E’ un lievito straordinario perché Francesco predica con l’esempio e con l’esempio applica in modo radicale il Vangelo.

Ricordiamoci allora che quando Francesco va a Roma per chiedere la prima approvazione della sua Regola, Innocenzo III (questo ce lo dice San Bonaventura, che è uno dei capi dell’ordine e che poi scriverà la biografia ufficiale di Francesco) lo tratta malissimo e non vuole assolutamente approvare la Regola, ma a Innocenzo III fanno notare che forse il papa così fa ingiuria al Vangelo, visto che questa Regola non era altro che una serie di versetti del Vangelo.

Quindi Francesco è assolutamente un santo contro le armi, un santo di pace. Tutte le volte che c’è la possibilità di un conflitto chiede che si risolva con l’amore e con la pace, proprio perché non fa altro che mettere in pratica il Vangelo, il che non è poco.

Questa sua visita al Sultano è una prova straordinaria di coraggio ed è straordinaria perché non episodica, visto che rimane a lungo in Egitto. La manipolazione di questo viaggio, comincia già al tempo di Francesco. Se voi andate ad Assisi e guardate gli affreschi vedete che c’è la famosa sfida di Francesco davanti al Sultano con un’enorme fuoco che scoppietta. Si vedono i "sacerdoti" del Sultano che fuggono impauriti, perché Francesco ha sfidato i "sacerdoti" a entrare nel fuoco e chi non fosse stato bruciato sarebbe stato il campione della vera fede.

In realtà questo va riferito all’Ordine francescano che in quel momento lottava con l’Ordine concorrente, il domenicano. Domenico aveva buttato il Vangelo nel fuoco e non era bruciato. I francescani dicono: Francesco si sarebbe buttato lui stesso. Questa storia del fuoco la racconta solo san Bonaventura, 40 e più anni dopo che Francesco è morto; ma anche nel racconto di San Bonaventura si tratta solo di una proposta verbale. Quel fuoco che noi vediamo scoppiettare non si è acceso mai e quindi, lo sottolineo, l’idea di far ritornare Francesco nel canale tradizionale del santo inquisitore, del santo che perseguita, del santo che mira alla sconfitta dell’avversario è purtroppo un qualcosa che è cominciato già pochi anni che è morto Francesco.

Intervento di TONIO DELL'OLIO, coordinatore nazionale di Pax Christi

La causa scatenante che ci ha condotti a convocare questa riunione è l’intervento del 4 ottobre di Fini. Io vorrei riassumere o tornare ad analizzare in qualche modo quello che è avvenuto. Sapete che l’appuntamento del 4 ottobre, in cui a turno una regione d’Italia offre l’olio per la lampada che arde sulla tomba di San Francesco, è ormai una tradizione consolidata nel nostro Paese; così come è altrettanto consolidato che il Governo si lasci rappresentare da uno dei suoi esponenti: di norma c’è il Presidente del Consiglio; altre volte c’è un ministro. Essendo Francesco patrono d’Italia, a questo rappresentante del Governo, viene lasciata anche la possibilità di rivolgere un saluto, che non assume mai i contorni di un saluto alla nazione, ma è piuttosto un augurio nell’occasione della festività di San Francesco, patrono d’Italia. A Fini quest’anno è stato lasciato qualcosa di più. Al di là del protocollo solito, al Vice-Premier quest’anno è stato consentito di attraversare per intero la basilica, gli è stata riservata un’accoglienza particolare, si sono sprecate le ovazioni e gli applausi e, infine, gli è stato anche offerto lo spazio per un discorso che andasse al di là del saluto. Fini avrebbe fatto la sua parte dignitosa, se avesse rivolto un augurio nell’occasione della festa del Santo, come tutti avevano fatto fino a quel momento.

Fini ha colto invece quella tribuna per condurre un’operazione diversa che adesso cercheremo di capire.

Fini ha fatto esattamente – e lo abbiamo compreso più in profondità con le argomentazioni addotte da coloro che mi hanno preceduto anche stasera-, un’azione tipica del fondamentalismo. Cioè ha letto in modo fondamentalista una vicenda storica, uno scritto, una testimonianza di vita. Nella fattispecie si è voluto ricercare alcuni passaggi di dubbia certezza storica e li si è isolati fino ad evincerne una regola o un orientamento. Questo genere di operazione non è soltanto fondamentalista nel senso che non è corretta intellettualmente, ma è anche fortemente strumentale al punto da condurre Francesco ad affermare le stesse cose che dice Fini. Non è soltanto stravolgere il pensiero e la spiritualità che io preferisco definire Francesco-clariana (c’è una parte, un ruolo di Chiara secondo me addirittura determinante perché completa in maniera considerevole la visione di Francesco delle cose) ma stravolgerla consapevolmente per raggiungere secondi fini e giustificarli con argomenti di "fonte autorevole".

Il giornale che pubblicava il giorno dopo l’editoriale a firma mia giustamente ha titolato "La regola di Fini e San Francesco", non più la regola di Francesco. Alla fine di quella disquisizione Francesco diventava un cappellano militare.

Francesco, cioè, arrivava a giustificare – queste sino le parole di Fini- l’intervento in Iraq. Così come Francesco acconsentiva al possesso delle armi e all’uso delle armi per la difesa della chiesa cattolica, ovvero per la difesa di quei valori importanti nei quali tutti noi crediamo, altrettanto noi oggi in Iraq stiamo compiendo lo stesso meritorio gesto, stiamo perseguendo gli stessi nobili fini: difendere i valori nei quali crediamo, che – ovviamente - sono valori universali.

C’è uno stravolgimento strumentale secondo i fini dello stesso Gianfranco Fini. Il bisticcio di parole non è nemmeno così casuale. Ma cerchiamo di porre l’attenzione su qualche altro aspetto di ciò che è avvenuto. C’è questa operazione che è fondamentalista per quello che vi dicevo (isolamento delle parole, della vicenda…) e c’è anche un altro aspetto, che è quello dell’"appropriazione indebita". Noi in questi anni più volte ci siamo accorti come anche la parola pace, diventava buona per tutte le stagioni, diventava una parola dai mille usi, utilizzabile persino per fini bellici. Ad esempio le missioni militari all’estero sono definite missioni di pace. In questo caso l’operazione sale di livello non c’è soltanto un appropriarsi delle parole per usarle strumentalmente, ma anche un appropriazione dei testimoni di quelle parole. E’ una ridefinizione della figura e della statura di Francesco, che mai, mai ha pensato a giustificare l’uso delle armi e della violenza; mai ha acconsentito all’uso della forza nemmeno per i casi che possono essere definite da Fini nobili motivazioni.

Ma perché è avvenuto tutto questo? Personalmente leggo questa vicenda anche con un significato positivo e tenterò di dimostrane il perché. Questo avvenimento accade a quindici giorni di distanza da un altro intervento dello stesso Vice presidente del Consiglio che, parlando al congresso di Azione Giovani, che è il movimento giovanile del partito di Alleanza Nazionale, taccia il pacifismo e i pacifisti di essere moderni Ponzio Pilato perché dice: mentre noi cerchiamo di risolvere i problemi e siamo in Iraq per cercare di combattere il terrorismo, i pacifisti scelgono di stare alla finestra e di lavarsi le mani di fronte ai gravosi problemi del nostro tempo. Ma Fini non si limita solo a questo, subito dopo incita i giovani di quel Movimento ad organizzare una marcia di protesta contro i pacifisti.

In quell’occasione, come Pax Christi all’interno della Tavola della Pace abbiamo reagito perseguendo una duplice strada. Per prima cosa abbiamo scritto una lettera al Ministro degli interni chiedendo se lui stesso non ravvisava gli estremi della turbativa dell’ordine pubblico, perché gli aderenti ad Azione Giovani a cui Fini ha raccomandato di organizzare un’azione dimostrativa contro i pacifisti notoriamente non fanno professione di nonviolenza. Una marcia contro qualcun altro può essere sempre pericolosa, va guardata con una certa attenzione. Contestualmente abbiamo scritto una lettera anche a Fini e al presidente di Azione Giovani chiedendo un incontro per spiegare perché il pacifismo e la maniera in cui cerchiamo di interpretarlo è esattamente il contrario dell’essere Ponzio Pilato. Da parte del pacifismo c’è un coinvolgimento totale nelle vicende che riguardano la pace e la guerra, la giustizia e salvaguardia dell’ambiente. Così come ci sono anche costi alti che abbiamo dimostrato di riuscire a pagare nonché la maturità di analisi e riflessione che arriva a proporre soluzioni alternative. A queste lettere non c’è stata alcuna risposta. Trascorsi quindici giorni e avendo saputo che Fini sarebbe intervenuto a nome del Governo in quella circostanza ad Assisi abbiamo chiesto al Custode del sacro Convento di svolgere una missione nella stessa ottica di San Francesco, ovvero di favorire l’incontro del Vice Presidente del Consiglio con i rappresentanti del movimento pacifista. Sarebbe stata occasione propizia e luogo quanto mai favorevole per uno scambio d’idee finalizzato a comprendere meglio che cosa muove il vice-presidente del Consiglio ad affermazioni di questo genere. Questa possibilità ci è stata negata. E non da Gianfranco Fini ma dal Custode del Sacro Convento. Si è detto che non era la circostanza opportuna, il luogo opportuno. E a questo aggiungo un’altra preoccupazione dal momento che la sera prima della cerimonia, dal Sacro Convento hanno telefonato piuttosto spaventati del fatto che si sarebbe tenuta una manifestazione contro la presenza di Fini, cosa che nessuno aveva neppure ipotizzato, tanto meno organizzato. Tutti segnali di una tensione che accompagna evidentemente anche quella di Fini. Ma perché? Perché Fini a più riprese interviene sul tema del pacifismo e della sua azione?. E’ il segno evidente di una preoccupazione: questa società civile, organizzata, che riesce a riflettere, che progetta, che avanza proposte fino a raccogliere consensi tra la gente… viene vissuta da Fini come una minaccia, come un pericolo, come un problema. Altrimenti non se ne occuperebbe più di tanto. Fini ha compiuto esattamente questa operazione. Ha utilizzato la sua presenza lì; ha utilizzato persino san Francesco non per confutare il francescanesimo, ma per cercare di contrastare quella che ha definito ideologia pacifista. Accanto a questo ha approfittato per aggiungere qualcos’altro anche sulla visione sociale ed economica di Francesco. Partendo dall’episodio del lupo di Gubbio dice che quella è la dimostrazione che Francesco non ha mai proposto la lotta di classe, ma ha fatto un’operazione pacificatrice all’interno della società del suo tempo.

Fini mostra di vivere con qualche preoccupazione la presenza e l’azione del pacifismo in Italia. Per questo non ha esitato a servirsi di una tribuna tanto autorevole e a usare san Francesco. Nonostante questo però, il giorno dopo non ci sono state prese di posizione autorevoli. Mi sarei aspettato dal mondo francescano un levare la voce per dire che non è possibile infangare così, stravolgere in questa maniera, l’immagine e la testimonianza di Francesco.

E perché solo i Francescani? Se è santo, se ne riconosciamo tutti l’azione nella storia e nella Chiesa anche la Chiesa gerarchica avrebbe dovuto con forza riposizionare Francesco all’interno della sua testimonianza. E non mi pare che al di là di alcuni mormorii di corridoio, che sia la Presidenza della CEI, sia i singoli vescovi abbiamo levato la voce. Ancora di più, il giornale dei vescovi italiani, il giornale dei cattolici, era l’unico giornale, nella rassegna stampa che abbiamo fatto il giorno dopo, a riportare in maniera assolutamente laconica alcune affermazioni di Fini senza commento alcuno, né all’interno dell’articolo né a latere come altri giornali hanno invece fatto. Voglio soltanto ricordare a mo’ di esempio che La Repubblica, soltanto il giorno dopo in una pagina intera, riportava l’intervista a Chiara Frugoni, in quanto studiosa del tempo e della vicenda di Francesco d’Assisi.

Perché? Io lo pongo davvero in modo problematico. E’ un costo a mio avviso molto alto quello che in qualche modo ci si chiede di pagare. Perché? Forse perché la Chiesa non vuole entrare nell’agone politico e porsi in qualche modo in contrasto con il Governo di questo Paese? A volte l’ha fatto ed è intervenuta in modo molto pesante. Perché aspetta favori dal Governo e non vuole disturbare il manovratore? Spero che questo non avvenga. Allora perché? Forse si riconosce nell’idea di Francesco data da Fini? Spero proprio di no. Quali sono i motivi per non abbiamo registrato prese di posizione ferme ed autorevoli?

Non ho una risposta. Forse sono tutti questi fattori o queste ipostesi insieme?

Ad esempio alcuni vescovi con cui mi sono trovato a scambiare qualche opinione al riguardo si dicevano scandalizzati o che quanto meno non si riconoscevano in quell’interpretazione bizzarra di Fini, riconoscevano la strumentalità di quelle parole. Chiedevo: perché non hai parlato, non hai fatto dichiarazioni alla stampa, detto qualcosa almeno sul giornale diocesano? La risposta:. Ma sai poi si entra nella polemica…. Quasi che l’importanza del tema non valesse anche il rischio della polemica.

Io penso che su questo la verità vada gridata dai tetti; è la verità con cui il Vangelo stesso ci incalza. Ma nello steso tempo leggo questo momento come un kairòs, un momento favorevole. Stasera noi siamo rimastati incantati dinanzi alla rilettura della storia, della vicenda di pace che, di Francesco d’Assisi, ci hanno fatto alcuni studiosi e innamorati del giullare di Dio. Il 4 novembre prossimo, presso l’Antonianum, Pax Cristi di Roma, con i Francescani, organizzano un altro momento di riflessione. Ecco vedete? Anche grazie alle cadute di stile, ai tentativi di appropriarsi della testimonianza di Francesco, a queste strumentalizzazioni… è possibile riaffermare il nostro resistere, resistere, resistere declinato anche secondo i valori del Vangelo e perché no, anche questo riproporre una pace non solo giusta ma anche assolutamente nonviolenta.

Nonviolenta per rispettare il percorso che Francesco ci ha indicato. E anche da questa vicenda prendere la forza per riproporre con uno stile, un’energia rinnovata il messaggio nonviolento di Francesco che è poi quello di Gesù di Nazareth.

Mi viene da dire che se persino il Vice Presidente del Consiglio avverte come un dato problematico la presenza del pacifismo oggi in Italia, le sue lotte, le sue proposte, la sua avversione totale, senza se e senza ma, alla guerra e alle guerre e all’uso della violenza, al terrorismo, allora significa che vale la pena sostenere e impegnarsi in questo pacifismo.

Mi verrebbe da dire che proprio in questo ambiente più "religioso", quello che più si ispira al Vangelo, forse l’impegno pacifista, l’impegno a favore della pace a volte viene guardato con sospetto e in alcuni casi persino ostacolato.

Forse anche in base e sulla forza di questo dato vi invito a rinnovare il vostro impegno per cercare di cantare anche noi con Francesco, ma con una voce un po’più forte, la stessa pace.

Cipax


FARSI IL SEGNO DEL PANE PER CONDIVIDERE DIO E LA VITA

di Frei Betto, da www.adista .it

Non è la croce, è il pane il simbolo della resurrezione, il simbolo di questa vita e, per chi crede, di quell’altra. Questo sostiene Frei Betto, brasiliano, frate domenicano, teologo, scrittore e sottosegretario del governo Lula per il progetto "Fame zero". Il quale ricorda che "Gesù ha assunto la causa dei poveri e ha promosso un movimento di condivisione dei beni essenziali alla vita, dove il filo conduttore è l’alimento e, in particolare, il pane", e che la croce "ha steso la sua ombra sul cristianesimo" quando, terminata la persecuzione romana, "è passata dalla clandestinità alla centralità delle torri delle chiese". E così è passata ad essere, aggiungiamo noi, segno anche di divisione. Cosa sarebbe successo se il cristianesimo fosse stato simboleggiato dal pane? Di seguito il testo di Betto.

LA CROCE E IL PANE - di Frei Betto

La croce è il simbolo cattolico del cristianesimo. Secondo i pubblicitari, il logo più semplice e geniale che sia mai stato creato: due pezzi di legno incrociati o appena due tratti perpendicolari tracciati sulla parete o, ancora, due dita attaccate, una in verticale, l’altra in orizzontale.

Peccato che la confessione religiosa che celebra la vita come il dono più grande di Dio adotti come simbolo uno strumento di morte. Le croci sono adeguate nei cimiteri, sulle tombe. Non è il caso di Gesù, che ha lasciato vuoto il suo tumulo di pietra. La sua morte non è l’evento centrale della fede cristiana. È la sua Resurrezione. Come dice Paolo, se Gesù non fosse resuscitato, la nostra fede sarebbe vana (1Corinzi 15,14).

Come simboleggiare la resurrezione? Ad oggi non conosco nessuno che si sia mostrato sufficientemente creativo per riuscirci. Ci sono quadri e immagini in cui Gesù appare rivestito di un corpo glorioso, ma sembrano evocare piuttosto un uomo che esce dal bagno. Nella Chiesa primitiva, era il pesce il simbolo segreto della fede cristiana, in riferimento al battesimo attraverso l’acqua. Così come i pesci vivono nelle profondità del mare e dei laghi, i cristiani rinascevano attraverso l’acqua battesimale, immersi nelle catacombe, dove sono state trovate varie immagini di pesci. Per sant’Agostino, Cristo è il pesce vivo nell’abisso della mortalità, come in acque profonde (De Civitate Dei XVIII, 23). Oltre a ciò, pesce, in greco -ichthys - era considerato acrostico di Iesous Christos Theou (H)yios Soter (Gesù Cristo, Figlio di Dio Salvatore). È stata la persecuzione romana a indurre le comunità ad adottare la croce, strumento di supplizio e morte nell’Impero, con cui Gesù è stato sacrificato.

La più antica croce che si conosce risale al IV secolo e si trova nell’atrio della chiesa di Santa Sabina, a Roma, sull’Aventino, annessa al convento che ospita il governo generale dei domenicani. Cessata la persecuzione alla Chiesa, la croce è passata dalla clandestinità alla centralità delle torri delle chiese e cappelle. E, poco a poco, ha steso la sua ombra sul cristianesimo. Al punto che la Via Crucis, prima della riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II, contava solo quattordici stazioni. Si chiudeva con la morte nel Calvario. Oggi sono quindici. La resurrezione di Gesù è il punto culminante di questa forma di devozione cristiana.

La predominanza della croce ha introdotto nel cattolicesimo una spiritualità lugubre, preti e beate si vestivano di nero. Il riso, l’allegria, i colori sembravano banditi dalla liturgia. Si enfatizzava più la morte di Gesù per la redenzione dei nostri peccati e le pene dell’inferno che la sua resurrezione come vittoria della vita, di Dio, sulle forze della morte. Più il dolore che l’amore.

Come simboleggiare la resurrezione? Attraverso qualcosa che esprima la vita. E non conosco miglior simbolo del pane. Alimento universale, si trova in quasi tutti i popoli nel corso della storia, sia fatto di granturco, di mais, di mandioca, di segale, di orzo o di qualunque altro grano o tubero. E possiede una proprietà speciale: si mangia tutti i giorni, senza che stanchi. "Io sono il pane della vita", si è definito Gesù (Gv 6,48). Perché il pane rappresenta tutti gli altri alimenti. E la vita, come fenomeno biologico, sussiste grazie al cibo e all’acqua. Sono gli unici beni materiali che non possono mancare all’essere umano. In caso contrario, egli muore. Pertanto, è vergognoso constatare che, oggi, secondo la Fao, 842 milioni di persone vivono, nel mondo, in uno stato di denutrizione cronica. E questo in Paesi cosiddetti cristiani, musulmani, buddisti…

A che serve una religione i cui fedeli non si preoccupano della fame altrui? Perché tanta indifferenza di fronte ai popoli affamati? Che significa adorare Dio se voltiamo le spalle al prossimo che soffre la fame?(1Gv 3,17). Gesù ha fatto della condivisione del pane e del vino, del cibo e dell’acqua, il sacramento centrale della comunità dei suoi discepoli: l’eucaristia. Ha insegnato che ripartire il pane è condividere Dio. Nella Palestina del I secolo c’erano miserabili e affamati (Mt 25,34-45; Lc 6,21). Molti si impoverivano in conseguenza della perdita delle loro terre, del peso dei debiti, dei tributi richiesti dal potere romano, delle decime incassate dalle autorità religiose. Di fronte a ciò, Gesù ha assunto la causa dei poveri e ha promosso un movimento di condivisione dei beni essenziali alla vita (Mc 6,30-44), dove il filo conduttore è l’alimento e, in particolare, il pane.

Dall’inizio della sua militanza, la condivisione del pane è stata il segno di Gesù (Lc 1,53; 6,21). Il mangiare insieme era l’espressione vitale più caratteristica della sua spiritualità, per la quale c’era un’intima relazione tra il Padre (l’amore di Dio e a Dio) e il pane (l’amore per il prossimo). Padre nostro e pane nostro. Dio può essere acclamato come "Padre nostro", nella misura in cui il pane non sarà soltanto mio o tuo, ma nostro, di tutti. È quello che spiega l’assenza di pregiudizi da parte di Gesù quando si trattava di sedersi alla tavola con peccatori e pubblicani, per quanto questo gli valesse la fama di "mangione e bevone" (Lc 7,34; 15,2; Mt 11,19). Condividere il pane era un gesto così caratteristico di Gesù che è stato questo a far sì che i discepoli di Emmaus lo identificassero (Lc 24,30-31). E la cena è diventata il sacramento per eccellenza della presenza e della memoria di Gesù (Mc 14,22-24; 1Cor 11,23-25). Il pane, ecco il simbolo (cioè quello che unisce) più significativo della prassi di Gesù, al punto da transustanziarlo nel suo corpo. E ogni pane che si offre a un affamato ha carattere sacramentale (Mt 25,34). È allo stesso Gesù che si offre. Alla vigilia della sua morte, Gesù ci ha anticipato la sua resurrezione dividendo con i suoi discepoli, nella cena, il pane e il vino. Egli si è dato a noi. Nel gesto di giustizia, al condividere il pane (che significa tutti i beni della vita) noi ci diamo a lui. Ecco il senso evangelico della comunione. È quello che raffigurano la parabola del figliol prodigo, in cui il perdono è celebrato intorno al cibo, il "vitello grasso" (Lc 15,11-32) e gli episodi del buon samaritano - l’attenzione per l’altro (Lc 10,29-37) -; della cananea - la cura (Mt 15,21- 28) - dell’obolo della vedova - il distacco (Mc 12,41-44) -; delle frustate nel Tempio - l’indignazione di fronte all’ingiustizia (Gv 2,13-22).

Il pane, bene essenziale della vita, il dono più grande di Dio, che si è fatto carne e si è fatto pane, al punto che Gesù ha affermato "il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo" (Gv 6,51). Se non abbiamo più, tra noi, la presenza visibile di Gesù, almeno adottiamo, come segno della sua presenza, quello che lui stesso ha scelto nell’ultima cena: il pane. Segno del fatto che siamo anche noi suoi discepoli, impegnati a rendere realtà, per tutti, "il nostro pane quotidiano", i beni che portano salute, dignità e felicità alla nostra esistenza.

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