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INTERVENTI: FEDE E RELIGIONE


VELO, CROCEFISSO, KIPPAH: SÌ, NO, FORSE...
Incontro Giovani di S.Paolo del 4 dicembre 2004

RELAZIONE INTRODUTTIVA DI FILIPPO GENTILONI

Leggevo sul giornale proprio stamattina che c'è adesso una disputa in molte scuole per il presepe. Ci manca poco a Natale e quindi in molte scuole, medie inferiori forse e nelle elementari certamente, si è soliti fare il presepio. E quindi ecco la questione: facciamo o non facciamo il presepio? Anche là dove ci sono alunni non cristiani, non dico solo non cattolici perché magari se ci sono degli alunni protestanti va bene pure a loro, ma non cristiani. Alunni ebrei a Roma ce ne sono molti e così sempre più numerosi ci sono alunni musulmani, soprattutto nelle elementari, negli asili, nei nidi.

Il presepio lo facciamo o non lo facciamo? Qualcuno dice che è una attività didattica altri non sanno bene come metterla; c'è una via d'uscita, che è quella comune e sulla quale discutiamo questa sera, che dice: ma il presepe è ormai un simbolo che non è specificamente per i cristiani è un simbolo di bontà, di esaltazione del bambino del bambino piccolo; Gesù bambino in fondo resta nell'ombra perché il presepe rappresenta la famiglia… e così via. Tutti valori che in fondo anche gli ebrei, anche i musulmani possono accettare, dicono molti; direi che la maggioranza delle persone ragiona così.

Una piccola minoranza invece dice di no e vuole mantenere ai simboli religiosi il loro valore originario cristiano, quindi non vuole appiattire il significato del presepio in una specie di religiosità diffusa, civile, in una sorta di buonismo, di valori di civiltà; è bene mantere ai simboli il loro valore specifico: Gesù bambino significa il cristianesimo e non una generica bontà.

Se volete ci sono questioni molto più gravi in ballo. Ve ne cito una forse la più difficile di tutte: la questione delle  mutilazioni alle ragazze che viene da alcune regioni dell'Africa, non certo dalla Tunisia né dall'Algeria. E queste donne anche in Italia chiedono per  le loro figlie questa mutilazione degli  organi genitali. Che facciamo? Che fa l'ospedale italiano a cui si chiede questo o il medico o il ginecologo  italiano o musulmano che opera in Italia, cui si chiede questo? Quindi vedete che  i problemi sono abbastanza grossi e vanno anche al di là di quello "carino" del  presepio.

Comunque adesso dico alcune cose sulle quali sono abbastanza sicuro e altre invece sulle quali sono incerto.

Una prima cosa di cui sono abbastanza sicuro è già stata detta nell'introduzione: lo stato, il "pubblico" non faccia  professione di fede religiosa: lasci la professione di fede religiosa al singolo privato.

Questo mi sembra un principio fondamentale dello stato laico, ormai più o meno accettato  da tutti. Ma  questo principio che sembra accettato da tutti significherebbe togliere i crocifissi dalle aule scolastiche, toglierli dai tribunali, perché là dove è lo stato a metterli, lì viene violata la laicità. L'aula del tribunale deve essere tale nella  quale si trovino a loro agio  tutti i cittadini qualunque sia la loro fede religiosa.

Primo principio sul quale mi pare ci potremmo trovare d'accordo, ma non è d'accordo la prassi attuale italiana che invece continua a mettere crocifissi nelle aule "ufficiali", là dove le mette lo stato: scuole, tribunali, etc.

La seconda affermazione che propongo è che lo stato non impedisca al singolo cittadino di portare i segni religiosi, se vuole.  Non so se sarete d'accordo su questo; è il contrario di quello che è stato fatto in Francia.

Che lo stato non impedisca se tu vuoi portare al collo un segno religioso (fra l'alto in Italia i crocifissi al collo stanno diventando una specie di moda tra tutte le ragazze). Facciano pure. È il singolo,il privato, che vuol dire a tutti "io sono cristiano", oppure "io amo il crocifisso ", e lo dica. Io  direi a questo punto che lo stato può non occuparsene, in quanto non è lo stato che sta prendendo questa decisione.

Qui c'è un problema però che si collega subito con questa seconda affermazione perché io dico che lo stato non può impedire ad una ragazza di portare un crocifisso al collo od un velo sulla testa, se vuole. Però dico anche che mi sembra che lo stato non dovrebbe accettare le operazioni di cui parlavo prima. Io direi di no a questo dare il permesso all'ospedale di fare operazioni che mutilano gli organi genitali femminili.

Allora perché dico di si alla libera esposizione della propria fede, il crocifisso al collo, e perché  dico di no a quest'altra cosa. Non soltanto perché è più grave, ma perché qui entrano dei principi sui quali possiamo discutere all'infinito, dei principi di quello che una volta si diceva diritto naturale. Cioè una certa legge che vieta le mutilazioni. E le vieta per tutti: cristiani, musulmani, buddisti, ebrei e le vieta anche  se invece la famiglia le vuole perché il non mutilare rientrerebbe (uso il condizionale perché il discorso è complicato) in quelle questioni che non riguardano l'una o l'altra religione ma la natura umana, come, per esempio: non rubare, non ammazzare, rispettare tutte le persone.

Questa serie di affermazioni molto generali, che appunto una volta si chiamavano di diritto naturale (anche se oggi questa espressione non si ama molto), sarebbero tali da prescindere dalla nazione, dalla fede religiosa, dal fatto che tu sia asiatico, africano, etc.; sarebbero insomma valide per tutti.

Ma chi lo dice? Ecco qui un problema grosso; chi è capace di legiferare in questo modo per l'universo mondo? Qui la risposta è difficile e non credo che troviamo facilmente qualcuno che ci dice il perché. Una volta la chiesa cattolica diceva di essere lei l'incaricata dal "padre eterno" di legiferare per tutti e sempre quindi a prescindere da quello che uno o l'altro richiede; se questo è vero potremo dire che in base a questo principio di diritto naturale possiamo proibire, per esempio, certe operazioni sul corpo umano che invece in certi paesi non sono proibite.Anche se la famiglia le vuole o la ragazze le vuole. Questo discorso è comunque molto difficile da affrontare.

Invece mi sembra più facile affermare la libertà di espressione con il velo o il crocifisso appeso al collo per chi vuole e anche affermare che invece lo stato moderno, laico, deve evitare ogni affermazione di fede religiosa  anche se è la fede religiosa della stragrande maggioranza, come nel caso dell'Italia. Quindi direi niente crocifisso nelle aule, nei tribunali, etc.

L'ultima osservazione, al di là del presepio da fare o non fare nella scuola in questi giorni, è che le chiese, nel caso nostro soprattutto quella cattolica che ci interessa più da vicino, credo che dovrebbero anche loro essere d'accordo sull'eliminazione dei loro segni religiosi negli spazi pubblici.

Probabilmente le chiese non sono d'accordo perché pensano, secondo me sbagliando, che così ci sia un vantaggio per la fede religiosa. Ma  la gente è più cristiana, nel caso nostro più cattolica, se vede il crocifisso nell'aula scolastica o nell'aula dei tribunali? Non credo. Io credo che invece le chiese ci guadagnerebbero se smettessero di insistere sui loro segni che sono diventati dei segni quasi non più religiosi, ma civili, nazionali, una specie di bandiera patria.

Sposto un po' il discorso. Ci guadagna la chiesa cattolica, nel nostro caso, a insistere tanto sul battesimo dei bambini piccoli anche a prescindere da quella che poi sarà la loro fede cristiana? Perché in moltissimi casi di battesimo di bambini piccoli si sa bene che la famiglia lo fa perché c'è l'uso di farlo, ma  in realtà non conosce bene il senso del battesimo, non sa bene che cosa verrà dopo. Idem per le prime comunioni.

Cioè le chiese hanno un vantaggio a mantenere questa presenza così vistosa, così diffusa a prescindere dalle convinzioni private? C'è chi dice che è meglio così, è meglio per la società, è meglio per la chiesa; questa è l'opinione corrente.

Si  comincia invece sempre di più, non soltanto in situazioni come nella comunità di S. Paolo, a dire che sarebbe meglio diminuire questa presenza pubblica, ufficiale, per cui all'inaugurazione di qualunque cosa c'è il maresciallo dei carabinieri, il sindaco, il prete … ma insistere di più su presenze specifiche, convinte, però minoritarie.

Ecco mi pare che vedete come i problemi sono complessi: su alcune cose io stesso, come ho detto, sarei abbastanza deciso, su altre invece credo che la discussione sia aperta e anche io sarei incerto.


INTERVENTO DI ADNANE MOKRANI

Mi chiamo Adnane Mokrani, sono tunisino, nato a Tunisi, ma anche algerino. La nostra casa ad Algeri si chiama la casa dei tunisini e la nostra casa a Tunisi si chiama la casa degli algerini. Ho vissuto sempre nei confini. Ho studiato studi islamici, teologia islamica e religioni comparate in Algeria poi in Tunisia, ho fatto il dottorato a Tunisi di teologia islamica, poi sono venuto a Roma per approfondire la mia conoscenza del cristianesimo. Ho studiato studi ecumenici all'Angelicum poi ho fato una tesi di dottorato sul dialogo interreligioso: "i punti di vista dei cristiani libanesi sui rapporti islamo-cristiani dopo la guerra civile", per scoprire il lato orientale del cristianesimo.

Veniamo al tema che è molto ampio, perché tocca tanti altri argomenti, sembra superficiale ma è molto profondo e molto interessante.

Cosa significa un simbolo? Secondo me questa è una premessa generale per capire il significato del simbolo in generale e anche il simbolo nel contesto islamico. Ci sono tanti livelli  di discorso. C'è il livello religioso, o divino. Dio  parla agli uomini tramite i simboli, il linguaggio divino è un linguaggio simbolico. Conosciamo la mitologia, il discorso religioso è spesso poetico e simbolico, mitologico.  Nel Corano stesso, i versetti coranici si chiamano con un termine arabo che significa "simboli". Il Corano dice che tutto il creato, tutto il mondo è "simboli"; dunque il ruolo del Corano, come parola di Dio, come discorso divino, è di aprirci con i suoi segni ai segni di Dio nel creato e dentro di noi, per dialogare con Dio tramite i simboli. Questo è un modo di parlare del simbolismo a livello molto alto.

C'è un altro livello che possiamo chiamare socio-culturale. Noi non parliamo solo tramite le lingue ma anche in modo simbolico. Parliamo con i gesti, con il nostro corpo, i nostri profumi; c'è insomma un tipo di comunicazione globale e piena di simboli. Il simbolo fa  parte della nostra vita quotidiana anche profana. E questo è un fattore culturale molto importante.

C'è un terzo livello, che si potrebbe chiamare il simbolo come potere, come segno di demarcazione per creare confini e identità.

C'è un bellissimo libro di uno scrittore libanese che si intitola, in italiano, "Identità"  Questo libro spiega bene come l'identità è un cammino complesso. Non è solo quello che abbiamo ereditato dai nostri genitori e dalle nostre famiglie, ma è anche il nostro cammino personale, quello che impariamo ogni giorno, i nostri incontri con la gente. Una cosa molto complessa.

Ma se uno viene attaccato in un elemento della sua identità, ad esempio se uno è omosessuale e viene attaccato nella sua omosessualità, questo fatto diventa in quel momento tutta la sua identità. Così come se una persona è attaccata nella sua religione; come è ad esempio il fatto di impedire ad una ragazza musulmana in Francia di portare il velo, ecco che allora  il velo diventa la cosa più importante nella vita di quella ragazza, diventa il simbolo della sua libertà, la sua identità. È un discorso molto delicato, soprattutto in epoca di guerra.

Conosco bene il caso libanese e lì i segni religiosi sono diventati una cosa terribile, non solo tra musulmani e cristiani ma anche tra i musulmani stessi. Là, per esempio, ci sono gli Hezbollah, che è un partito sciita, e c'è Hanel, un' altro partito sciita, che portano il velo in modo diverso. Tutto diventa codificato per dire: io appartengo a quel gruppo; ed esagerare in questo aspetto è un grande rischio.

Dunque il simbolo diventa uno strumento di potere, di autoconferma e anche di esclusione; e questo è molto grave.

Torniamo al senso  del velo nel contesto islamico, e cerchiamo nel Corano se si parla del velo oppure no: il Corano è composto da 114  capitoli (sura). Nella sura 24, che si chiama la sura della luce, troviamo l'unico versetto di tutto il Corano che parla del velo e che dice:

"Di ai credenti di abbassare il loro sguardo ed essere casti. Ciò è più puro per loro. Dio conosce quello che fanno. Di alle credenti di abbassare il loro sguardo ed essere caste e di non mostrare dei loro ornamenti se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo, o meglio un panno, (qui nella traduzione c'è la parola velo, ma non è letterale, nel testo la parola araba significa panno) sul seno e di non  mostrare i loro ornamenti ad altri che non ai loro mariti, ai loro padri, etc. (seguono 12 categorie all'interno della famiglia).

La parola araba jhaib in arabo significa apertura nel vestito; è un modo per dire che non è permesso di lasciare aperta una grande parte del vestito che mostra il corpo.

Qui non si parla di coprire la testa, il testo non è chiaro ed esplicito su questo punto. Dunque in tutto il Corano troviamo solo questo testo breve, non dettagliato; la parola jheb, velo, che spesso è nominata oggi, non si trova nel Corano.

Nella sunna , ossia nella tradizione islamica, troviamo altri particolari come fonte di secondo grado dopo il Corano; ma nella giurisprudenza islamica troviamo grandi dettagli, che aumentano piano, piano, con lo sviluppo della civiltà islamica.

Secondo me il significato principale di questi versetti è un appello al pudore come principio etico, religioso e umano; significano rispetto reciproco, evitare la provocazione. Ma il pudore come valore viene interpretato secondo il contesto culturale. Il senso del pudore dipende dalla cultura, è la cultura di un popolo che dice cosa significa pudore e cosa significa provocazione.

Storicamente, soprattutto nella seconda fase dell'impero Abasside, (questo impero che ha regnato sul mondo islamico otto secoli, dall'VIII secolo al  XVI secolo dell'era volgare, e che è il più lungo impero della storia islamica) che è un periodo di decadenza, hanno usato i vestiti come segni di distinzione per riconoscere i gruppi sociali; un famoso califfo  decretò che gli ebrei dovevano vestirsi in un certo modo e i cristiani in un altro; decise, ad esempio, che le schiave non dovevano portare il velo mentre le donne libere potevano portarlo, e così via. Insomma fece una codificazione per classi sociali e questo è stato anche uno sviluppo storico.

Ci sono tanti elementi che si incrociano su questo tema. C'è l'aspetto della cultura orientale: se ad esempio abbiamo presenti le statue greco-romane, il nudismo della scultura  greco- romana non si trova in oriente; nelle statue in Egitto, in Mesopotamia, ma anche in India e in Cina, con certe eccezioni certamente, il corpo umano è spesso coperto. Il senso della bellezza, il senso della seduzione è anche condizionato e dipendente dalla cultura stessa.

C'è un altro fattore molto importante: la società patriarcale e tradizionale che è collegata ad un certo sistema economico e sociale.

C'è il fattore del clima: in certi paesi non si può uscire senza coprire la testa: fa molto caldo o molto freddo; nella penisola araba  fa un caldo terribile.

Arriviamo all'attualità: il velo ha dunque tanti significati. Oggi può essere un ritorno alla lettera della tradizione, può essere anche una protesta contro un certo imperialismo culturale dell'occidente: dire no all'occidente. Può essere una protesta contro il consumismo e la moda; contro il concetto della donna oggetto.

Un sociologo algerino diceva che il maschilismo occidentale ed orientale hanno in comune il fatto di considerare la donna come oggetto, non come persona, ma l'occidentale cerca di condividere questo oggetto, l'orientale preferisce nasconderlo, tenerlo per sé. Sono atteggiamenti maschilisti che prendono forme diverse.

Il velo può essere anche il modo, per le donne povere, di vestirsi in modo meno costoso, perché non hanno i mezzi per seguire la moda. Può essere una protesta politica contro il regime perché nell'epoca moderna, lo stato moderno ha cercato di imporre un nuovo stile di vita con la forza. Può essere un'espressione del controllo maschilista, una persecuzione. Dunque non si può generalizzare.

Ma vorrei dire anche che i protagonisti del potere maschilista non sono solo gli uomini ma anche le donne; qualche volta le donne da noi sono più maschiliste degli uomini e più  "realiste del re", potremo dire.

Se una religione cerca di essere transculturale, cioè di andare oltre i confini di una certa cultura (per l'islam la cultura araba, per il cristianesimo la cultura greco-romana),  deve poter interpretare la fede secondo i contesti.

Per il caso francese c'è un elemento molto importante nel dibattito dato dal ruolo di Alma e Lila, un caso molto noto perché a loro due è stato impedito di entrare a scuola perché portavano il velo, ed hanno continuato quindi a studiare a casa, da privatiste.

È un caso famoso anche perché sono due sorelle di padre ebreo, comunista ateo, di origine tunisina mentre la madre di origine algerina, kabil, battezzata. Loro due sanno parlare bene nei mass media, e anche il loro padre, che pur non essendo d'accordo con il fatto che le figlie portino il velo, ha saputo difendere bene la loro libertà davanti ai mass media. Un caso molto interessante. Queste ragazze hanno scelto da grandi di portare questo simbolo perché sono state educate in modo musulmano dalla nonna musulmana. Anche gli zii e le zie sono algerini. Ne hanno parlato in Francia molto a lungo TV e giornali, come Le Monde e tanti altri. Hanno anche scritto un libro ultimamente sulla loro esperienza.

Per l'Italia c'è anche il ruolo provocatorio di Abel Smith. Secondo me si può discutere di questi temi ma in modo giusto ed educato, senza provocazioni. Lui svolge un ruolo molto negativo e provocatorio che aumenta la tensione e la crisi; non aiuta a trovare una soluzione giusta.

Un'ultima cosa a proposito della mutilazione femminile. Questa, come già detto, è una tradizione africana in Africa orientale: c'è in Egitto, Sudan, Etiopia, Somalia, Africa sud sahariana, sia tra i musulmani che tra i non musulmani. Come si può fare? Perché si può vietare questo fatto ufficialmente ma le persone lo fanno lo stesso e in modo più pericoloso. Lo stesso problema per l'aborto: si può impedire, ma si fa lo stesso e in modo più pericoloso.

Secondo me c'è bisogno di un lavoro educativo, culturale, di istruzione, ma si potrebbe anche farlo in modo simbolico. Se il medico è abbastanza intelligente lo potrebbe fare in modo simbolico; questo potrebbe essere un  compromesso; quando fallisce il cammino dell'educazione, come ultima soluzione, farlo in modo leggero e simbolico. È molto più sicuro che farlo in casa con mezzi inadeguati.

Il velo è ufficialmente vietato in Tunisia ed in Turchia nel mondo islamico; in Turchia dall'epoca di Ataturk che ha abolito il califfato ottomano. È permesso solo a due persone portare i vestiti religiosi negli spazi pubblici: il patriarca di Costantinopoli ed il Grande Muftì. Perfino i preti e gli iman non possono portare abiti religiosi fuori delle chiese o delle moschee. Prima di uscire devono cambiarsi; anche i turbanti sono vietati. Il Primo Ministro turco Erdogahn ha mandato le sue figlie a studiare negli Stati  Uniti così loro là possono portare il velo! Una bella contraddizione! Negli Stati  Uniti possono portare il velo, ma in Turchia no, nemmeno le figlie del Primo Ministro possono portare il velo nelle scuole o negli altri spazi pubblici!

 
FEDE E IMPEGNO
Incontro Giovani di S.Paolo del 14 febbraio 2004

Gran parte dell’incontro è stato dedicato alla testimonianza di Misa Chiavari (vedi testo) e a quella di Saliha, giornalista algerina rifugiata in Italia dal 1998 (vedi testo).

Quindi ragazze e ragazzi sono stati invitati a riflettere sui diversi livelli di impegno possibili:

  1. Interessamento ( interessarsi ai problemi del mondo, informarsi, guardare la TV).
    A questo proposito è emersa la domanda: Chi in questa società è interessato a che si conoscano e approfondiscano veramente i problemi sociali, politici ed economici?
  2. Dare qualcosa (roba, soldi)
  3. Dare parte della propria vita (tempo, energia, talenti)
  4. Condividere la propria vita (essere invece di dare in un periodo di tempo limitato; ad es. alcuni anni, in un villaggio del terzo mondo)
  5. Vivere e condividere l’intera vita con gli ultimi della terra.

Antonella ha precisato che sono importanti e significativi anche frammenti di esperienze di impegno presenti nella vita quotidiana di ognuno.

Gli interventi si sono concentrati soprattutto sulle testimonianze ascoltate.

Ci si è ripromessi di continuare il dibattito su impegno e fede in un prossimo incontro.


LA SCUOLA

Ho scelto la scuola d’italiano perché mi da la possibilità di entrare meglio in contatto con persone che m’insegnano tante cose e danno un senso più profondo alla mia vita!

Io sento di dare a loro un grado di libertà in più, permettendo loro di comunicare attraverso la lingua. Luther King diceva: " Se un solo uomo sulla terra non è libero, non lo è nessuno".

Dopo poco tempo che frequentano la stessa classe, interviene una forma di amicizia, complicità, che porta ad aiutarsi vicendevolmente e l’insegnante diventa il fulcro di questa situazione. Così scaturiscono i problemi da cui si è fuggiti, le angosce che procurano le gastriti, come M. e K. quando non si trasformano in ulcere e emorragie interne come E. o interventi chirurgici, come S.

Lo choque di essere catapultati in una situazione in cui devono mendicare un letto, il vitto, le cure senza mai una lira in tasca, provenendo da situazioni a volte benestanti, con livelli culturali alti, provoca una reazione del fisico disastrosa.

Ne ho conosciuti molti di questi casi in questi cinque anni e s’individuano facilmente. Il lavoro dell’insegnante è avvicinarli ed ascoltarli, poi cercare di capire che tipo di aiuto hanno bisogno. A volte hanno solo bisogno di aprirsi, di avere un contatto umano di cui potersi fidare, qualcuno che ti apra le porte di casa, che non ti lasci fuori, qualcuno che ascolti la tua storia e che s’immedesimi nella tua sofferenza, con grande rispetto, qualcuno che ti risolva dei piccoli problemi che fanno inceppare la ruota che comincia a ingranare.

Basta per esempio un prestito perché nessuno glielo darà mai, ma lui ha trovato un lavoro e senza macchina non ci arriva e puntualissimo ogni volta che prende lo stipendio viene a portare la rata concordata. Altre volte per le donne specialmente, c’è bisogno di una referenza per il nuovo lavoro, allora basta dare il proprio nome e la cosa è fatta. C’è chi ha bisogno di un consiglio medico, oltre a quello dei medici dell’ambulatorio. Basta andare dal proprio medico dell’ASL e presentargli il caso con tutte le analisi e il caso è di facile soluzione. C’è chi ha ricevuto una videocassetta dei propri bambini, ma non sa dove vederla e viene a casa e può lasciare andare le lacrime dell’emozione perché ha accanto una persona amica. C’è chi vuole mandare un e-mail ai propri figli, ma non ha il computer e a casa può con calma scrivere in cirillico senza fretta poi si cena insieme e la serata è diversa dalle altre nel dormitorio.

E’ bello poi rincontrarli per strada e ti raccontano che svolta ha preso la loro vita, ti chiamano sempre "maestra", una forma di rispetto che io cerco di evitare, pur capendo che per loro è importante presentarti ai loro amici con quel titolo. Poi ricevi le telefonate da Vicenza, piuttosto che da Milano o Parma. " Misa, ho finalmente una camera DA SOLO" è la prima frase di E., "lavoro e posso andare a prendere un caffè al bar con un cornetto". Chi mi dice questo ora fa il facchino in un grande albergo. E’ un laureato in ingegneria e all’Accademia dello sport. Dirigeva una squadra di bob ed era direttore amministrativo di una società di esportazione del suo paese con un ottimo stipendio. Ma le idee si pagano ed è dovuto fuggire.

S., giornalista e psicologa, al terzo tentativo di ucciderla, è fuggita dal suo paese ed ora lavora in un ospedale ed ha vinto una borsa di studio per un master sull’immigrazione e l’asilo politico all’università di Roma.

D. di soli 23 anni, fisioterapista, torturato in modo indescrivibile, tanto da non riuscire a chiudere gli occhi per dormire per più di sei mesi dal suo arrivo in Italia, è stato curato dai medici contro le torture ed ora è a Milano con un contratto a tempo indeterminato ed esercita la sua professione felicemente e presto arriveranno i suoi fratellini per salvarli dalla guerra.

S. infermiera professionale mi ha mostrato il certificato del nostro Ministero della Sanità in cui si dichiara che può esercitare la sua professione in Italia. Troverà così presto lavoro e farà venire subito il suo figlio di 13 anni perché a quell’età nel suo paese, durante le vacanze scolastiche i bambini vanno alla scuola di guerra per imparare l’uso delle armi ed essere pronti a partire soldati in caso che vengano chiamati.

Racconto solo alcuni casi dei tanti amici che ho tra i miei alunni, ma la lista è lunga e ringrazio Dio di avermi dato questa possibilità di conoscere delle persone meravigliose da cui ho imparato tanto!

Misa Chiavari
(articolo pubblicato sul mensile SERVIR del Centro Astalli)



INTERVISTA A SALIHA

Quand’ero piccola ho vissuto con mia nonna fino a 12 anni, lontana dalla mia famiglia. Non ho mai capito perché, ma è andata così e io chiamavo mamma, mia nonna. Lei parlava berbero ed io l’ho imparato da lei. Mi ha dato un’ottima educazione: in casa, a tavola, tutto era perfetto. Quando lei poi è morta, dovetti andare con la mia famiglia, ma non mi è stato molto facile adattarmi e i problemi con mia madre sono stati tanti. Io la chiamavo "sorella", dato che per me, mia madre era mia nonna. Mia madre era molto giovane, la prima figlia l’ha avuta a 13 anni, divorziò molto presto dal 1° marito. Mio padre lavorava al porto, piazzava i lavoratori per gli algerini, non per i francesi! Quando ha sposato mia madre, lei aveva 20 anni e lui 40! Da noi il divorzio non è accettato, è una vergogna, anche nel Corano è scritto che è un peccato, allora mia nonna, ha detto a mia madre: "Devi sposare quest’uomo". Si conoscevano, erano dei vicini di casa, e lui non si era mai sposato e l’adorava. Ebbero insieme 12 figli: 4 maschi e 8 femmine. Mia madre non ha mai avuto problemi ginecologici, né aborti, né nulla!

Lei non lavorava. Mio padre l’adorava e l’ha viziata enormemente. Per ogni figlio che nasceva, maschio o femmina (e mio padre amava molto le figlie, anche nel Corano c’è scritto che Maometto amava molto le figlie!) lei riceveva in regalo un gioiello e molto belli! Per i berberi la donna è sacra, è come un albero che dà i suoi frutti (i figli) e la donna non può stare senza gioielli! La donna non è allo stesso livello dell’uomo! L’uomo la deve amare, adorare, coccolarla, lei deve essere soddisfatta, anche fisicamente. Quando mia madre era piccola non si andava a scuola, ma lei ha voluto andarci, ha studiato in una scuola francese, fino a 13 anni ed ha preso il diploma di cucito e così ha imparato perfettamente il francese, mentre non sa l’arabo. Quando è a casa lavora a maglia, la vedi sempre seduta lì, con i suoi occhiali, con il suo lavoro in mano.

A 20 anni mi sono sposata, mia madre era d’accordo con il mio matrimonio, non sono dovuta scappare con mio marito, mia madre ha organizzato il matrimonio, come per tradizione. Mi ha detto solo che ero troppo giovane, ma l’ho scelto io. Sono rimasta sposata 5 anni, poi era tale l’incompatibilità di carattere che ho divorziato.

Gli studi l’ho iniziati prima di sposarmi e li ho terminati dopo il divorzio. Laurea in psicologia e poi in scienza delle informazioni e delle comunicazioni. Ho lavorato prima con una società americana, poi con una società tedesca e il mio tavolo era quello che si usa per sostituire gli ingegneri: è completamente computerizzato, basta che metti i dati e ti disegna i progetti, i piani, in un attimo. Nel 1990 ho lavorato per un giornale. Nel 1988 sono cominciati i moti, i disordini, le manifestazioni. Ho lavorato per il giornale di Ben Bellah, il 1° presidente della repubblica. Era un settimanale: HEBDOMADAIRE. Non mi sono mai occupata di politica, neppure al giornale. Il mio compito erano le relazioni pubbliche, non scrivevo, mi occupavo della sanità, facevo dei sondaggi. Dopo le elezioni questo giornale ha chiuso. Allora sono passata ad una rivista mensile. Mi occupavo della pubblicità e del marketing. Chiusa anche questa rivista, che aveva la sede dove era un altro giornale, un quotidiano, ho lavorato per questo. Con questo viaggiavo. Mi occupavo sempre della salute e dei sondaggi. Era un giornale democratico che si stava lanciando, ma io non ho mai voluto appartenere ad un partito. Tutti questi giornali hanno scelto un partito, ma tutti i partiti facevano parte del partito unico. Erano tutti nell’FLN (fronte di liberazione nazionale) ed è quello che ha governato l’Algeria per 30 anni.

Non è facendo un partito che cambiano le idee. Quando si fa un partito è per avere dei soldi, per fare politica e della propaganda, per la pubblicità, per campagne elettorali, ecc. Ognuno poi tira l’acqua al suo mulino. Secondo te la destra, la sinistra, il centro forse che lavorano, esistono, per il popolo? No, esistono per se stessi! Per la loro sopravvivenza, per le loro ambizioni, che sono sempre più alte!

Il partito del FIS era un’altra cosa. E’ nato come gli altri nel 1990, vince l’elezioni nel 1991. Cercano il potere a detrimento del popolo. Perché c’era il FIS? Tutti volevano il potere, ognuno aveva il suo modo di parlare, ma il FIS ha puntato sui giovani. L’Algeria ha una percentuale altissima di giovani! Il 75% della popolazione ha meno di 18 anni! E il FIS ha usato la religione. Quando una famiglia ha tanti figli, è chiaro che non può dare benessere a tutti questi ragazzi e allora il FIS, che ha visto il bisogno, la miseria, parlava con i ragazzi, ragazzini e gli offriva per es. il corrispondente di 1.000.000 lire se stava per 10 giorni davanti ad un giornale, ad osservare quella persona a che ora entrava, a che ora usciva, chi vedeva di solito, ecc. Tu capisci che un ragazzo, non faticava, riceveva dei soldi, senza sapere che quel suo lavoro era per uccidere quella persona! E il primo aggancio con i giovani era nella moschea, tutti i venerdì si va alla moschea, il venerdì è sacro, e lì quelli del FIS facevano politica, usando il Corano a modo loro, istruendo quei a modo loro. Partendo dalla religione è più facile abbindolare un ragazzo, se poi ci aggiungi un po’ di soldi, che quello non ha mai visto, la cosa è fatta! La tragedia, per es. per me è che lavoravo nei giornali. Non importa che non ero giornalista, per loro appartieni ad un giornale e basta! Per es. sapevano che alle nove in punto io entravo al giornale, alle 5 uscivo, ero abituata ad andare dal panettiere, dal macellaio, prima di rientrare a casa. Così hanno ammazzato persone dal fruttivendolo, dal panettiere, dove l’ucciso aveva l’abitudine di andare. Se io compero la carne ogni due giorni, loro lo sanno.

Per es. io esco dal lavoro, l’autista mi lascia vicino a casa, ma la mia casa è nella casbah e per arrivare a casa mia ci sono vicoletti e scale dove la macchina non può andare. Allora vado a piedi, percorro sempre la stessa strada, io veramente non ci badavo a queste cose, non ci pensavo proprio. Allora per es. uno mi segue, poi arrivati all’angolo dice una parola che a me non dice nulla, ma con la quale il suo compagno che sta alla parte opposta capisce, è una parola d’ordine, e l’altro si sposta, e sale verso casa mia dove c’è un altro. Mi si avvicina, sempre per es., fa come se gli fosse caduto qualcosa per terra, tira fuori una pistola e mi uccide e sparisce di corsa. Ti prende completamente alla sprovvista, perché da un ragazzino di 15 anni non ti viene neppure in mente di allertarti, di difenderti! Un ragazzo di 15 anni non l’acchiapperai mai, corre come una lepre! Hanno sempre utilizzato questi ragazzi giovani!

La tua storia? Era quasi notte, tornavo dal giornale. Era un po’ tardi. In un giornale bisogna andare alla stampa a controllare, ecc. non c’è un orario. Io portavo sia i pantaloni che le gonne. Non ho mai messo il foulard, mai! Non lo volevo mettere lo hidjab, l’abito delle donne. Tornavo a casa verso le 10 di sera. Non è mica tardi? No? Come dicevo, vivo nella casbah e la macchina con l’autista che mi accompagnava non poteva salire su per le scale che portano a casa mia. Nella casa dove abito, è nata mia nonna, mia madre, io, è la nostra casa! Camminavo normalmente. C’era qualcuno vicino a me, dietro di me, giovane, molto giovane! Mi dice: "Adesso torni a casa?" Gli ho risposto che era normale per me. Mi ha risposto: "Solo le puttane tornano a quest’ora!". Cosa potevo rispondere? Nulla! Aveva le mani in tasca, aveva la pistola, girano sempre armati! Portano giubbotti larghi per nascondere le armi. Ha continuato ad insultarmi con parolacce irripetibili. Ho continuato a camminare per la mia strada, sempre più veloce. Continuava a dirmi porcherie, io affrettavo il passo. Arrivo al portone di casa. E' un antico portone in legno, c’è un battente in ferro, ho cominciato a battere forte e battere, e battere perché tutti sentissero e lui è scappato. Questa è stata la prima volta.

La seconda, io non avevo paura, cosa vuoi che sia un ragazzetto che ti dice delle parolacce? Non ho proprio pensato ad aver paura! La seconda volta non era lo stesso ragazzo. Facevo la stessa strada, per arrivare a casa dovevo per forza passare in un vicolo buio e lì mi ha ripreso. Continuavo a non aver paura. Portavo dei tacchi, non alti, ma comunque dei tacchi. Mi ha bloccato e ha cominciato a schiaffeggiarmi e a prendermi a pugni sul viso. Colavo sangue dalla bocca, dagli occhi, dal naso. Alla fine è scappato, urlandomi parolacce che non riuscirei neppure a ripetere.

Hai raccontato questi episodi al lavoro? Sì. l’ho raccontati. Mi rispondevano: "Cosa vuoi che facciamo?" Avevo lo chauffeur, ma non poteva accompagnarmi più che sulla strada, nella casbah dovevo andare da sola. In quei giorni cominciavano già ad ammazzare i giornalisti. Uno dei più bravi giornalisti algerini era stato ammazzato da poco, davanti a casa sua. Era un giornalista molto brillante, era anche un poeta, aveva 43 anni. Una grande perdita per l’Algeria. Era una pietra preziosa! Ha lasciato due bambini. Lui è stato tra i primi. Gli hanno sparato una pallottola esplosiva in testa. Sono pallottole che quando esplodono nel corpo si spaccano a raggiera e disintegrano tutto, così hanno fatto con la sua testa. Gli hanno sparato alla nuca.

 

Pensa che in una famiglia c’erano due fratelli: un terrorista e un poliziotto e il primo ha ammazzato suo fratello dicendogli che lui era nemico della società e quindi doveva morire. Il poliziotto aveva 23 anni, il fratello assassino era maggiore.

In un’altra famiglia c’era un poliziotto che lavorava nei servizi segreti, unico figlio di sua madre, è stato crivellato di colpi, si è trascinato fino alla soglia della porta di casa sua e come la madre ha aperto la porta, è morto. Il padre era morto nella guerra di liberazione dell’Algeria, capisci? E’ morto perché l’Algeria fosse libera, libera!!! Lasciò questa povera donna incinta e non vide nascere questo figlio e ora questa povera donna si vede il figlio, l’unico figlio, morto sulla soglia di casa. E’ letteralmente impazzita!

Il giornalista che si occupava della pagina d’arte nel giornale dove lavoravo, aveva molte informazioni, e molti amici all’estero. Era uno che non aveva paura!

Ne sono andati via tanti all’estero, tranne quelli che sono morti, quelli che, come me non avrebbero mai creduto che l’Algeria sarebbe arrivata a questo punto. Quando sono venuta al mio primo convegno sulla pace in Italia, nonostante fosse già calda la situazione, sono tornata, non mi è neppure venuta in mente l’idea di non tornare a casa. Non conoscevo l’Italia che ho conosciuto quest’anno, ma non mi è neppure sfiorata l’idea di chiedere asilo politico! Conoscevo un altro livello di italiani, professori universitari italiani, americani, europei. Io amo la cultura, mai avrei pensato di finire in un centro di accoglienza come quello di Vitinia, ma quel che mi è successo, è successo. Sicuramente è stata un’esperienza, quella a Vitinia. Mi sono resa conto che non ho mai conosciuto la vita, lì l’ho vissuta, oltre che vista! Forse la vita è quella, non quella che vivevo io! E’ da lì che si comincia, poi si sale!

Tornando all’Algeria, mia figlia Ryhma un giorno è quasi impazzita. Era a scuola, al liceo, uno dei migliori di Algeri. E’ in un gran palazzo, esattamente di fronte alla Direzione Generale della Sicurezza Nazionale, con un grande cortile centrale dove i ragazzi e le ragazze chiacchierano e si ritrovano negli intervalli delle lezioni. E’ aperto e attraverso un portone sempre aperto si esce per strada. Il liceo è vicino alla casbah e quindi chi vive alla casbah deve andare lì.

Due ragazzi dell’età di quegli studenti, vestiti esattamente come tutti gli studenti con giubbotto e jeans e zaino sulle spalle erano tra i ragazzi, quando ad un tratto tirano fuori la pistola e sparano a due ragazze, due amiche di Ryhma. Una è caduta sul colpo, l’altra è stata crivellata di colpi nella spina dorsale e da allora è su di una sedia a rotelle. Ha perso completamente l’uso delle gambe. Aveva 16 anni. In quel momento tutti i ragazzi scapparono e come fai a capire chi è stato quello che ha sparato? Era il panico!

Ryhma ha visto in faccia i due ragazzi che hanno sparato, non li conosceva, ma li avrebbe riconosciuti se li avesse rivisti. Così non è più uscita di casa dopo quel giorno, continuava a ripetere: "Ora tocca a me!". Non mangiava più, non dormiva più, gli occhi spalancati! Occhiaie fin qui! Se uscivo dal soggiorno e andavo in cucina gridava: "Non mi lasciare sola!" Ha cominciato a sentirsi soffocare, non riusciva a respirare. E’ stato uno choque terribile!

Ho chiesto aiuto a mia sorella maggiore che vive a Batna, lontano da Algeri, di prenderla con sé. A Batna è una città militare. Non è scevra da questi fatti, ma in quantità molto minore. E’ una piccola città, non c’è la casbah dove si rifugiano gli assassini saltando da un tetto all’altro. Neppure i francesi durante la guerra sono riusciti a prendere la casbah ad Algeri.

Così ho portato mia figlia da lei, l’ho iscritta al liceo là, spiegando ai professori lo stato di Ryhma per quello che era successo. Sono stati molto comprensivi. Staccarmi da lei è stato duro, abbiamo vissuto sempre insieme!

Tornando, dopo poco tempo, il direttore del mio giornale, una sera, sale in macchina con il suo autista, escono verso le otto. Alle 10 telefona la moglie chiedendo di lui. Nulla. Chiamiamo la polizia, che siccome pioveva dice che andrà a cercarlo domani. L’indomani mattina la figlia trova la testa di suo padre appesa sullo stipite della porta della sua scuola. La macchina è stata ritrovata in un bosco, incendiata, non tanto lontano dalla sede del giornale, i corpi spellati vivi e poi uccisi. Forse se la polizia si fosse mossa subito, avrebbe potuto salvarli!

Un’altra volta ero appena tornata da un convegno sull’AIDS fuori Algeri. Un bellissimo convegno internazionale di tre giorni, c’erano medici di tutto il mondo. Erano le 10 di sera circa, avevo un tailleur blu, la gonna era appena sopra il ginocchio, uno piccolo spacco dietro. Due ragazzi giovani erano dietro di me. Mi sono fermata e li ho fatti passare. Due ragazzi molto ben vestiti, puliti, ben pettinati, profumati. Avevo la tessera da giornalista nel mio borsellino, dopo una curva della strada, me li sono trovata girati verso di me, uno guardava all’angolo che non venisse nessuno, e l’altro ha aperto due bottoni della sua giacca, ha tirato fuori la pistola, me l’ha puntata a non più di 5 cm. dal cuore, e mi ha chiesto: "Cos’è questo vestito?" Gli ho risposto: "Cosa c’è che non va?". Io ho sempre vestito così. Non aveva più di 22 anni. Mi dice: "Con questo vestito, dove lavori?". Gli ho risposto: "Sono una dattilografa". Mi ha risposto: "Cercherò nella tua borsa e troverò qualcosa". Ho avuto la presenza di spirito di aprire io per prima la borsa e mostrargliela, senza che la tessera da giornalista potesse vedersi, dato che era nel portafoglio. Troppi amici abbiamo perso solo perché avevano la tessera di giornalisti. Dio ha voluto che non ha toccato nulla. Sono certa che Dio mi ha protetto, forse perché ho fatto del bene agli altri.

Una volta ero a casa con mia figlia. Saltando di terrazzo in terrazzo è arrivato giù ed ha bussato alla mia porta un ragazzo, era un terrorista. Sento una vicina urlare. Non so se dovevo essere io la vittima. Dico a mia figlia di chiudersi in camera e non muoversi e non fare alcun rumore. Apro la porta. E’ entrato, aveva perso la pistola, era un campione di lotta libera, un bellissimo ragazzo. Dice che c’è la polizia che lo sta cercando e per questo sta scappando. Se la polizia fosse entrata in quel momento a casa mia, io, che accoglievo un terrorista, sarei andata a finire in carcere. L’ho curato, aveva una ferita nel ginocchio e perdeva sangue, l’ho disinfettato, gli ho fasciato stretta la ferita, gli ho preparato un caffelatte caldo, l’ho fatto stendere sul mio letto, l’ho tranquillizzato ed è rimasto a casa fino alle 8 di mattina. Non abbiamo dormito neppure un minuto. Non voleva uscire di casa, mi ha chiesto di andare da sua madre perché lo venisse a prendere. Gli ho detto: "No, quello che ho fatto è proibito, rischio il carcere per causa tua, ora basta". Allora mi ha detto che i suoi amici erano nei dintorni e che io non avrei rischiato più di tanto. Gli ho imposto di uscire. Sono uscita prima io, perché la polizia era ancora nei dintorni, ho guardato bene che non ci fosse nessuno nella strada. Capisci, io , dico io, lo stavo proteggendo, lui che era un terrorista, ma non posso vedere uccidere un ragazzo, neppure denunciarlo, chiunque esso sia, che sia un militare o un terrorista, per me è lo stesso, è un essere umano, è un algerino, è un ragazzo, e non deve essere ucciso, è più forte di me! Non è colpa sua se è diventato un terrorista, è utilizzato, manipolato mentalmente da altri, che sono i veri colpevoli!

Mi ha chiesto di andare in quella casa, di avvisare che stava uscendo e che l’aspettassero. Così ho fatto. Vedessi che miseria c’era in quella casa! L’ho aiutato a camminare perché non si reggeva in piedi da solo, così appoggiandosi a me, camminava su di una sola gamba, gli ho fatto scendere le scale, e appena la stradina curvava, c’erano due giovani, l’hanno sollevato di peso e portato in una casa, in un baleno! Non avrei mai pensato che quella casa, vicina alla mia, fosse un covo di terroristi! Non avrei mai creduto, ma dentro di me dicevo, nonostante le volte che mi hanno assalito, continuerò ad aiutare chi ha bisogno, chiunque sia.

Non saranno certo queste persone che cambieranno la mia vita, mi sono detta! Non sai quanti giovani i militari hanno ucciso, tanti, tanti. Quando i militari fanno le retate di giovani, tra loro ci sono i terroristi, ma li ammazzano tutti e non sai quanti ragazzi di meno di 17 anni hanno ucciso! Incredibile!

Capisci che un ragazzo che vive nella miseria è come se fosse già morto e quando qualcuno gli offre del denaro per uccidere, lui pensa: "Rischio la vita, ma comunque quella che vivo non è vita, sono già morto, tanto vale rischiare!". Un giovane pensa così e il FIS approfitta della miseria.

Abbiamo saputo che in un villaggio hanno massacrato l’intera popolazione a colpi d’ascia e di coltello, dico tutti! Abbiamo saputo che avevano deciso di attaccare la casbah. Abbiamo passato periodi in cui si viveva nella paura, non si dormiva la notte, non mi cambiavo neppure la sera, mi stendevo sul letto vestita, con gli occhi aperti e le scarpe ai piedi.

Una volta è toccato ad una famiglia che conoscevo. Il marito aveva fatto la guerra, quella di liberazione perché l’Algeria fosse libera, capisci? Libera! La Francia l’aveva condannato a morte. Dio ha voluto che si salvasse. Al mattino si ritrovava con altri vecchi combattenti in un caffè a parlare, a giocare a domino, passava così il tempo con i vecchi amici. I vecchi combattenti hanno diritto di avere un’arma. Ha due figli: uno di 33 anni e uno di 20 anni e una figlia. Una mattina esce con suo figlio che era sposato con un bambino piccolo, la moglie lavorava e lasciava il bambino al nido. Montano tutti e quattro in macchina: il figlio è al volante, accanto c’è il padre, dietro la nuora con il bambino. Arrivano due terroristi vestiti da poliziotti, avevano due kalanscikof . Il figlio chiude le portiere, accende il motore, si avvicinano due terroristi, uno si mette accanto al finestrino dove stava il padre, l’altro davanti al parabrezza, sempre dalla parte del padre. Aprono il fuoco contemporaneamente sul padre, il figlio si è lanciato e si è steso sul padre per proteggerlo, e, dato che il fuoco non si fermava, anche lui è stato ferito gravemente (è poi morto in ospedale). La moglie del figlio dietro gridava e si è buttata con il bambino sotto al sedile posteriore. I terroristi sono venuti dietro e hanno continuato a far suonare i kalanscikof, crivellando di colpi anche dietro, ma la donna era talmente infossata che si è salvata con il piccolino. Il figlio di 20 anni che era a casa ha sentito i colpi, è uscito, ha visto la scena, è rientrato a casa, ha preso la pistola del padre, è riuscito, sparando all’impazzata sui terroristi che si sono girati e hanno scaricato una raffica su di lui. La madre esce di casa e vede la strage. Il figlio di 20 anni si trascina fino ai piedi della madre e muore tra le sue braccia. I terroristi spariscono in un attimo!

Perché questa strage? Non c’è perché. Non c’è una scelta della vittima, la vittima è chiunque, i terroristi non seguono una logica. Perché hanno ammazzato i miei amici? Perché volevano uccidere me? Perché un vecchio combattente, uno che rischiato la vita perché l’Algeria fosse libera, sì LIBERA! Un anziano che va a giocare a domino con i suoi amici? Non si riesce a credere che tutto questo continui ad esistere in Algeria! E il presidente dà l’amnistia a questa gente! Non è giusto, non è giusto! E la cosa non è cambiata per nulla., anzi il FIS dice che ha vinto! L’ultima strage sono 18 persone sgozzate! E’ avvenuto due settimane fa.

L’ultima volta che mi è toccato, è stato quando sono tornata dalla visita a mia madre. Erano le 8,30 di sera, c’erano due tipi dietro di me. Sentivo i loro passi, ma, come diceva Ryhma: "Mamma, tu non hai mai paura, un giorno ti ammazzeranno perché non hai paura!". E’ vero, non avevo paura. A chi dico che abito nella casbah, mi risponde se sono matta! E’ un luogo pericoloso! Ma quella è casa mia. Ho capito che erano in due dietro di me perché mentre scendevo le scale, sentivo i passi. Uno si è avvicinato sempre di più finché ha messo il suo braccio intorno al mio collo, mi ha bloccata, nell’altra mano aveva un coltello ben affilato. Mi sono dibattuta tenendogli la mano con il coltello, finché sono caduta distesa a terra e, mentre lui mi feriva con il coltello i glutei, le gambe, l’altro da lontano gli urlava: "Ammazzala!". Se erano tutti e due vicini ero morta sgozzata! Quella volta m’è presa tanta paura! Non sentivo neppure il male delle ferite, dalla paura che avevo! Non riuscivo neppure a realizzare l’avvenuto. Nessuno ha aperto una porta o una finestra. Anche se gridi aiuto, nessuno apre porte o finestre, perché se aprono, chi sta uccidendo, uccide anche loro.

Mi tenevo stretta con le mani la ferita più grossa nel gluteo e mi sono trascinata fino a casa. Mi sono guardata e il sangue colava, allora ho preso un asciugamano mi sono legata e sono riuscita, sono andata da un medico mio amico che abitava non lontano da me. Ho bussato alla porta e bussato e bussato. Sapevo di essere in un grande pericolo, ma ormai ero lì e continuavo a bussare. Ha chiesto: "Chi è?". Ho risposto: "Saliha", mi ha aperto, mi ha visto in quello stato, mi ha fatto entrare al volo e mi ha detto: "Sapevo che sarebbero venuti ad ammazzarti, era venuto uno a farmi delle domande su di te". Lui, tempo fa, me l’aveva detto, ma non ho voluto credergli. Mi disse: "Saliha, fai attenzione, fai molto attenzione a te!". Ma cosa potevo fare? Là era il mio lavoro, lì era la mia casa, cosa potevo fare?

Ma allora lui sa chi sono? Non è detto che siano quelli, lui è un medico di famiglia, cura tutti, curò anche mio nonno. Cosa vuoi che faccia lui? Andare dalla polizia? Ci tiene alla sua pelle! Una volta sono venuti da lui con un terrorista ferito e gli hanno detto: "Tu lo devi curare altrimenti ti ammazziamo" Lui ha curato il ragazzo, ma c’è stata una spiata e la polizia l’ha preso e l’ha portato in carcere. Gli hanno detto: "Hai curato un terrorista?" e lui ha risposto: "Io sono un medico e curo dei malati ai quali non chiedo chi sono". Ha fatto parecchio carcere!

Insomma mi ha ricucito, non aveva neppure il filo per la sutura, ma gli ho chiesto di ricucirmi comunque e così ha fatto: 20 punti in una sola ferita, oltre alle altre cinque. Mi ha dato una cura antichoque e sono partita per Batna, da mia sorella, dov’era mia figlia. Ho raccontato quanto mi era successo solo a mia sorella, ma non subito, solo quando mi sono un po’ ripresa. Neppure ai miei colleghi del giornale ho raccontato nulla, ho solo detto che mi licenziavo, senza spiegazioni. Era prudente così. A Ryhma non ho raccontato nulla, l’avrei impaurita ancor più di quello che già era. Era maggio del 1998. Ho passato l’estate a riprendermi. Al rientro ad Algeri ho parlato con un caro amico tedesco, un giornalista anziano di circa 70 anni, che mi ha detto: "Saliha, vattene, non ho voglia di venire al tuo funerale, da morta non servi a nessuno, hai una vita davanti, hai una figlia, vattene da qui, la prossima volta sarebbe l’ultima, ti sgozzeranno!". Mi ha aiutato tanto. Lui porta la pistola e vive nel quartiere delle ambasciate essendo straniero, e quel quartiere è più protetto. Sono venuti una volta per ammazzarlo, ma per fortuna aveva la pistola e sono scappati.

Così ho lasciato la casbah e ho deciso di partire. Ho recuperato il mio passaporto che avevo lasciato ad un amico, perché i terroristi entrano nelle case e prendono tutti i documenti che trovano e io ero nel mirino ormai!

Arrivata in Italia ho cercato un’amica che avevo conosciuto durante un convegno. Sono stata da lei una settimana, ma la casa era piccola e lei viveva sola con due bambini. Mi ha detto di andare subito in questura e chiedere l’asilo politico. Così ho fatto. A gesti mi sono spiegata perché nessuno conosceva il francese. Mi hanno detto che mi spettava un letto e del cibo in un centro di accoglienza del Comune di Roma. Così sono andata a finire a Vitinia. Ero totalmente persa. Ero come uscita da me stessa. Non avevo più le capacità morali, è come uno che perde la memoria, che non ricorda più tutta la sua esistenza. Vivi come un’incosciente. Ero entrata in un corridoio buio che non sapevo dove mi avrebbe portato, ma cammini e cammini non si sa verso quale meta. Ero un robot. Ti restano solo i gesti, prendi questo, posi quell’altro, ma sei completamente incosciente.

Vitinia, un mondo totalmente nuovo per me, non sapevo che esistessero queste realtà. E’ stato come un tuffo in mare, calando sempre più giù nella profondità, senza saper nuotare, nel totale silenzio, nell’assenza di tutto, fuori da tutto. Non ero solo caduta, ma completamente perduta! Tocchi il fondo e lì rimani. Ero in mezzo a persone con cui non potevo comunicare a causa delle diverse lingue, delle diverse culture. Comunicavamo solo a gesti. C’era una famiglia di algerini ed ero terrorizzata di vederli, non scambiavo nessuna parola, avevo paura, non ho raccontato a nessuno e tanto meno a loro, quel che mi era successo. Non mi fidavo di nessuno, tanto più se erano algerini! Ero tagliata fuori dal mondo, non una radio lì, una TV, niente: mangiare e dormire era assicurato, ma nulla più. Ero una mummia, comunicavo solo con gli occhi.

Il rapporto con la polizia non è stato terribile, ma senza mediatori, quindi non riuscivi a farti capire da loro. Per esempio ho avuto problemi per il nome: togliendo una lettera dal mio nome, mi hanno scritto un nome maschile e non il mio femminile. Ho provato a mostrargli come si scriveva il mio nome, ma non mi davano retta! Non capivano. Dovevi essere lì al mattino prestissimo perché la fila era lunghissima e ad una certa ora si chiude e devi tornare il giorno dopo. La cosa che mi ha impressionato di più è stato quando mi hanno preso le impronte come si fa con i criminali. Ti prendono la mano te la schiacciano dito per dito su di un foglio, dopo avertela impiastrata d’inchiostro. E’ stato terribile!

Dopo circa un mese un attacco d’appendicite acuta, portata di corsa in ambulanza e operata al volo, di notte.

Chi dirigeva il centro d’accoglienza è stato veramente terribile! Pensa che quando mi hanno operato, l’ho fatto avvisare, chiedendogli se poteva mandarmi la mia valigetta, dove avevo tutti i miei cambi di biancheria. Sono stata in ospedale una settimana, nessuno è venuto a vedere se ero viva o morta, avevo la stessa biancheria con cui sono entrata, perché nessuno mi ha portato nulla. Quando sono uscita, hanno chiamato il centro di accoglienza per chiedere che qualcuno venisse a prendermi, non potevo prendere un autobus e la metropolitana con tutti i punti che avevo. Hanno risposto che non avevano macchina, allora il dottore ha chiamato un taxi e quando sono arrivata a Vitinia non volevano neppure pagarlo!

Quando ho ricominciato a camminare, l’obiettore di coscienza a cui era affidato il centro, mi ha chiamato e mi ha detto, con Porta Portese in mano, che se volevo potevo andare a fare un colloquio per un lavoro: servire come domestica in una casa. Gli ho risposto che non ero venuta in Italia per fare la domestica. A nessuna di noi ha mai proposto una scuola d’italiano che era l’unica cosa che desideravo, l’unica cosa necessaria per vivere in un nuovo paese, perché la cosa più importante è comunicare. Non posso lavorare con qualcuno che può dirmi qualsiasi cosa, senza capire cosa mi sta dicendo! Oltre tutto, questo obiettore che procurava il lavoro attraverso un giornale, non conosceva noi, non conosceva la famiglia dove ci mandava, poteva avvenire di tutto: che noi rubassimo, che noi uccidessimo, che qualcuno ci usasse violenza! L’ho trovata una cosa veramente assurda!

Solo a gennaio, dopo quattro mesi che ero qui in Italia, ho saputo che esisteva il Centro Astalli e ci sono andata subito. In questura non avevano il tempo di dare delle informazioni! Lì hanno solo il tempo di gridare e maltrattare la gente! Loro hanno l’idea che urlando e maltrattando acquistano potere sulla gente, il loro piccolo potere! Ti trattano da ignorante, solo perché non sai l’italiano. Neppure l’obiettore di Vitinia, mi avevano detto nulla, l’ho saputo attraverso quegli algerini che vivevano lì.

E’ stata per me una rivelazione! Gente che ti accoglie, che capisce in che situazione ti trovi, senza chiederti nulla, ti accoglie e basta. Lì ho cominciato a risalire dal fondo del mare dove ero stata fino ad allora in apnea. Ho cominciato a vedere delle persone, ho cominciato ad uscire dal tunnel, ma ero debolissima, avevo perso ogni forza di volontà, di reazione e lì invece, mi hanno dato la forza per riprendermi. Ho trovato persone con cui potevo comunicare perché parlavano francese, altre che senza parlare la mia lingua sono state tanto, tanto carine con me. Non potrò mai dimenticare! Lo staff del Centro Astalli è veramente eccezionale! Suor Maria Luisa era stupendamente umana!

La prima cosa mi sono iscritta a scuola e lì ho conosciuto un’amica, una vera amica, che era, ed è, l’altra metà di me stessa. Mi ha tanto aiutato. Con lei finalmente mi sono aperta e per la prima volta ho potuto parlare di me stessa, della mia storia, delle mie sensazioni. Insomma ho ricominciato piano, piano a vivere. E’ stata fondamentale, è stata la persona che mi ha dato la possibilità di fidarmi di qualcuno, oltre ad aiutarmi in mille modi.

Non andavo alla mensa, anche se era un’ottima mensa, perché vedevo persone veramente disperate nella fila in via degli Astalli, gente che dormiva per strada, donne con bambini. Allora pensavo: io ho un letto al coperto, mi danno tutto il necessario di cui ho bisogno per mangiare, non prenderò certo il posto di chi ha più bisogno di me! Così era anche a Vitinia. C’era una sola cucina, una piccola cucina, e si facevano i turni per cucinare. Eravamo in 16 persone. C’era una famiglia di curdi turchi con 5 bambini, due anziani: i nonni, e i due genitori, poi c’era la famiglia degli algerini con 3 bambini. Ti pare che io cucino per me sola, quando vedi tutti questi bambini che aspettano da mangiare? No! Quando tutti avevano finito, se non era troppo tardi, allora mi cucinavo qualcosa, altrimenti un pezzo di pane e formaggio a me bastava!

La mia cultura era talmente diversa rispetto alle altre 4 donne con cui dormivo, nello stesso camerone, con unici mobili per ciascuna: il letto e il comodino. Le guardavo e vedevo un mondo a me sconosciuto fino ad allora. Non riuscivo a capacitarmene! C’erano alcune di esse che il sabato mattina si svegliavano alle 5/6 per andare in una parrocchia di Roma, lontanissima, per prendere un pacco di viveri e tornavano. Pensa che lì avevi tutto quello che potevi desiderare, in abbondanza: carne, pesce, uova, pasta, verdura, pelati, pane, formaggi, tutto e tanto! L’unica spiegazione che sono riuscita a darmi dell’atteggiamento di quelle donne di 58, 60 anni, che accumulavano sotto il loro letto montagne di cibo, era che la loro vita precedente era fatta di fame, anni, decenni di fame!

Dopo due mesi: la seconda operazione. Mi hanno asportato un’ovaia e una grossa ciste. La mia amica mi diceva che il corpo stava ributtando fuori tutto quello che aveva introitato negli ultimi 5 anni di paura e di violenza, vissuta e vista ad Algeri. E’ vero che io, quando ero a casa, continuavo a ripetere: "Io non ho paura", ma questa era la facciata che io dovevo mantenere per mia figlia, per farle coraggio. Dentro di me vivevo nel terrore di essere ammazzata e ancor oggi non mi è passato.

Ricordo che, con questa mia amica italiana, una sera siamo andate ad un concerto alla Casa dei Diritti Sociali, vicino alla stazione Termini. Tornando, era tardi, abbiamo camminato fino a via Nazionale per prendere un autobus e una macchina si fermava ogni tanto vicino a noi, uno scendeva per provare a telefonare da una cabina e poi rimontava e si fermavano di nuovo alla prossima cabina. Bene, alla prima volta ed anche alle successive, io facevo un salto nascondendomi, dietro alla mia amica. Poi le spiegai che così facevano ad Algeri per uccidere le persone: una macchina rallentava, uno scendeva, sparava, rimontava in macchina e ripartivano.

Dopo l’operazione non potevo tornare a Vitinia, la ferita da disinfettare tutti i giorni, iniezioni quotidiane, la debolezza che non mi permetteva di stare in piedi. La mia amica mi ha ospitato per una settimana, dopo, il Centro Astalli mi ha trovato una stanza da una signora e anche lì ho ripreso un pezzetto di vita normale: una camera da letto tutta mia. Ho poi cambiato e ora mi trovo proprio bene.

Dopo circa otto mesi che ero arrivata, ho avuto il colloquio per l’asilo politico. C’erano tre persone: una della questura, uno del ministero dell’interno e un altro. Mi facevano le domande sulla mia storia, che io avevo già scritto e consegnato circa 5 mesi prima, ma non l’avevano neppure letta. Così ho raccontato tutto. Le domande erano del tipo: "Perché non si è allontanata da Algeri? Perché ha lasciato sua figlia sola a Batna, non avevate un buon rapporto? Sulla sua tessera di giornalista, c’è scritto che la polizia vi proteggeva, come mai allora è venuta in Italia?" Ho risposto come potevo, rendendomi conto che mi stavano prendendo per una che s’inventava una storia! Dissi loro che troppi giornalisti con la mia stessa tessera avevo visto uccidere davanti ai miei occhi! Parlando della pericolosità della casbah dove vivevo, uno mi disse che conosceva la casbah di Tunisi. Gli ho risposto che non stavamo parlando di architettura, ma di guerra. Quando gli dissi che la scuola di mia figlia dove hanno ammazzato e storpiato due ragazze era davanti al Distretto Generale per la Sicurezza Nazionale, mi hanno risposto che anche qui, davanti ai commissariati rubano le macchine. Gli ho risposto che, non so per lui, ma per me c’è una certa differenza tra una macchina e delle persone morte! E’ stato quel giorno una tortura insopportabile! Erano persone che non avevano neppure letto sui loro giornali quello che sta succedendo in Algeria! Pensavo che prima di fare simili colloqui, con persone a dire poco traumatizzate, avrebbero dovuto essere al corrente di quel che succede nel paese dei loro interlocutori! E io sono una di un certo livello culturale, ho saputo difendermi! Mentre ero lì, pensavo a quante persone, donne specialmente, non avrebbero saputo difendersi, e magari sarebbe stato loro negato l’asilo politico, ributtandole in un ulteriore frustrazione, oltre che in un mare di guai!

Ho poi seguito, grazie al CIR un corso di "mediatori culturali", quelli che, quando sono arrivata, mancavano in questura! E’ durato tre mesi e poi altri tre mesi. E’ stato molto interessante, era incluso anche un corso d’italiano, ed è un lavoro molto bello: aiutare gli stranieri appena arrivati sia in questura che in ospedale. Abbiamo fatto tirocinio in entrambe i luoghi, ma io preferisco l’ospedale, mi sono sempre occupata di sanità! Sono contenta e ora lavoro insieme a delle belle persone, due mattine a settimana all’ospedale S. Gallicano, come mediatrice. Spero di poter lavorare di più in questo campo. Intanto voglio perfezionare la lingua, voglio sapere un italiano perfetto, voglio conoscere l’Italia, la sua storia, la sua geografia, la sua politica, l’economia, la finanza. Ora è questo il mio paese!

Intervista di Misa Chiavari


FEDE E RELIGIONE: RIVALI O COMPLICI?
Sintesi di due incontri a S.Paolo...

Queste sintesi non sono state rese in senso discorsivo perché, paragrafo dopo paragrafo, rappresentano altrettante fonti di approfondimento e discussione. Buona lettura, quindi, e buone...inquietudini!


15 NOVEMBRE 2003

Antonella spiega un gioco a squadre: ognuno è invitato a inserirsi nella squadra dei favorevoli alla Chiesa, nella seconda i contrari. Chi vorrà esprimere la propria opinione o fare domande dovrà avere la palla in mano e rilanciarla poi alla persona che risponderà e continuerà il gioco.

Inizia Iacopo, chiarendo la sua posizione nei confronti della Chiesa, che nel corso dei secoli ha strumentalizzato le Scritture. Marco ritiene che l’unico modo per evitare confusioni è distinguere ciò che fanno le Chiese di ogni religione da una corretta interpretazione delle Sacre Scritture.

“ Non esiste società senza religione che abbia il compito di sottomettere e tenere a bada i poveri.” Alice ritiene che la religione crei false speranze nei poveri, mentre bisogna godersi la vita. “ Non si rischia così di esaltare la vita dopo la morte?”, si chiede Giulia.

“ Mi sono collocata tra i contrari, dice Elisa, perché ho più dubbi che certezze. D’altra parte i miei non mi hanno battezzato perché volevano che scegliessi da grande.”

“ Anche chi non crede, si chiede Iacopo, può talvolta rifugiarsi in Lui?”

Valerio rivendica l’importanza del messaggio evangelico, nonostante le corruzioni del passato e del presente della Chiesa. Sollecitato da Valerio sul senso del battesimo, Giovanni risponde. “ Se non c’è scintilla di vita, non è fede, è rifugio. La fede è legata alla ribellione. La morte di M.L.King mi scosse: questi non vogliono né la rivoluzione rossa, né verde, né quella non violenta. Da allora ho capito la differenza tra religione e fede: la fede è impegnare la propria vita, la religione è accucciarsi.

Antonella chiede se l’esperienza religiosa è legata alla vita quotidiana.

Emanuele risponde che lui può sempre avere conforto in Dio, e si chiede come gli altri possano farne a meno.

Elisa racconta che nei momenti tristi si ritrova a sperare che ci sia Qualcuno che la possa aiutare. Poi ragiona e pensa che i problemi deve provare a risolverli da sola.

I dubbiosi rimangono nella convinzione che bisogna continuare la ricerca della fede.

Giovanni ribadisce: ” Non riesco a confondere la religione e la fede. Bisogna chiedere perdono per tutte quelle volte che continuiamo confondere i due livelli.
Credere significa essere disposti a rimetterci. La religione sottolinea sempre il mio e il nostro, mentre la fede dovrebbe piangere su tutti.

Un’altra questione è stata posta da Francesco: è giusto che ci siano i crocifissi nei luoghi pubblici?

Iacopo risponde che non sa bene, ma comunque è stato colpito dal perbenismo dilagante.

Giovanni, ironicamente, ritiene che il crocifisso sia una lezione. Gli ebrei se lo devono sempre ricordare che hanno ucciso Gesù. Magari si convertono. Il crocifisso rappresenta la sofferenza umana trasformata in eroismo. I musulmani vanno messi sotto. Il crocifisso è l’emblema della civiltà cristiana.

Mentre Giulia un po’ provocatoriamente si chiede se lo stato non dovrebbe essere laico, Gabriele sostiene che è giusto che il crocifisso rimanga, perché rispecchia la nostra cultura.



10 GENNAIO 2004

Ancora gioco di squadra: i favorevoli e i contrari alla fede.

Giovanni (Franzoni, ndW), provocato dalla domanda di Francesco ( fede e religione sono la stessa cosa ?), risponde che la religione è un insieme di riti, credenze popolari; appartiene alla cultura di un popolo. La fede nasce da una scelta, un coinvolgimento della persona, che presa da un evento, lo segue. La fede può tirarti fuori da un ambiente sociale. Così probabilmente alcune persone seguirono Gesù. Quindi fede e religione sono cose diverse.

Marco interpreta la fede come fiducia in qualcuno, in qualcuno che ami: questo significa forse amare Dio. La fede- sostiene Francesco- è qualcosa che migliora il rapporto fra gli uomini. E’ un mezzo. Alice e Tiberia vivono la fede come qualcosa di interiore, a prescindere da quello che ti dicono gli altri. Per Valerio la fede è un amore molto sentito, che non riusciamo a capire a livello razionale.

Claudia ritorna al concetto di fede come dono. Dovrebbero dunque averlo tutti. Come mai non è così?

“ Noi tutti riceviamo doni- dice Paola- che poi ciascuno di noi gestisce come crede.”

“ Il dono - dice Giovanni- deve essere gratuito. Dio è un grande donatore, ma non vuole niente in cambio. E’ un donatore a perdere. Se doni potresti arricchirti, ma ad una condizione, che non assoggetti l’altro.
La fede è un evento, non è un contratto. Non è obbligatorio aver fede 24 ore su 24, 365 giorni su 365. Fede è scendere dalla barca e avviarsi su un terreno incerto.
Se scendi dalla barca e cammini nell’acqua, corri il rischio di affondare. Gesù invita a correre questo rischio.

Dea introduce brevemente il contenuto del libro di Filippo Gentiloni "Abramo contro Ulisse", impostato sul confronto tra il viaggio di Abramo e quello di Ulisse. Il viaggio di Ulisse è il viaggio di ritorno verso la sua casa, quello di Abramo è un viaggio verso un luogo che poi Dio gli dirà. Abramo rischia, va verso l’ignoto. E’ un folle, dunque? Perché è considerato il padre della fede?

Per i personaggi di De Andrè è completamente folle piangere. “Fu qualche lacrima sul viso a dargli il Paradiso.” E’ un incidente di percorso. Come per Abramo.

Ma la fede ha a che fare con la ragione o con l’irrazionalità? Si chiede Tiberia. Alice risponde che la spinta per la fede la dà l’irrazionalità, poi c’è sempre la ragione.

Senza la ragione la fede può diventare distruttiva. E’ giusto morire per fede?

Secondo Valerio, non è giusto. Chi ha delle idee le può diffondere solo se continua a vivere. Aggiunge poi, rispondendo a una domanda di Mirko (Quanto incide la fede il carattere di una persona?), che la persona che ha fede ha una particolare sensibilità.

Secondo Claudia, la fede è guidata dal sentimento, se no ci si perde nei vari sistemi filosofici.

Per Francesco la fede va intesa come uno scambio di fiducia reciproco: Dio si fida degli uomini e gli uomini si fidano di Lui.

“ Irrazionalità della fede- interviene Dea- non nel senso di contrapposizione alla ragione, ma nel senso che vivi un’esperienza e ti lasci portar fuori strada, perché ti lasci sopraffare da un sentimento. Mentre non mi convince il fatto di dover credere ad alcune cose per fede. Cosa cambia nella mia vita se io credo o no alla Trinità?

Fede non è dare risposte a qualcosa che non si riesce a capire con la ragione. Fede è mettersi in un cammino, è saper rischiare. Fede si sposa con le incertezze, con i dubbi, con gli inciampi.

Riprende la parola Giovanni:” Noi ci muoviamo normalmente su un terreno verificabile. Non vogliamo legittimare la stronzata quando parliamo del grano di follia. Gesù non voleva morire ( mentre la Chiesa tende a dire che doveva morire). E’ molto importante stare attenti a non blindarsi, a non corazzarsi. Lasciare la finestra aperta all’evento.”

Dea pone ai ragazzi una domanda:” Perché Gesù predilige i poveri, gli emarginati? Perché erano più creduloni?”

Chi sta bene- risponde Marco- ha più certezze. Solo i poveri possono volere un futuro diverso dal presente.

Siccome la gente pensava - continua Giovanni- che i poveri fossero maledetti, Gesù al contrario dice che i poveri sono benedetti. Fra i poveri ha trovato generalmente maggiore accettazione, non avevano nulla da perdere. Certo, pensiamo ai poveri che vogliono costruire un futuro diverso. Ci sono pure i poveri che si accucciano.

Interventi raccolti e sintetizzati da Mariella Colosimo


DIETRO IL VELO DELL'ISLAM: VERITA' E MISTIFICAZIONI

di Alice Corte

     Ho pensato questo incontro dopo che una mia curiosità è nata da alcuni fatti di cronaca. Infatti dall’11 Settembre in poi l’Islam è stato sempre più citato: bastava accendere il televisore per ascoltare trasmissioni che parlavano di kamikaze musulmani e anche alcuni aspetti di società considerate "musulmane" venivano enfatizzati, l’uso del velo o addirittura del burqa da parte delle donne, la rigidità dei vari regimi "islamici" e l’applicazione di leggi ingiuste.

     A quel punto, ritenendo che forse alcune di quelle notizie fossero parziali, ho pensato di approfondire l’argomento con degli "esperti", degli amici di famiglia musulmani. Alcune domande, che ho posto loro per preparare l’incontro, mi hanno chiarito molti aspetti riguardanti una religione che niente ha a che fare con i morti delle torri gemelle o il terrorismo.

Proprio perché sembrano argomenti molto quotati da giornali, telegiornali e radio, ho pensato di parlare di Jihad, del ruolo della donna all’interno della società e riservare uno spazio alle domande.

     Riguardo il Jihad si può dire che la prima precisazione che ci è stata fatta riguarda la sua traduzione: Jihad vuol dire "sforzo" e non certo come ci hanno detto in molti, "guerra santa", nell’Islam infatti la guerra non è mai "santa" e si può dichiarare solo per legittima difesa e dopo aver escluso tutte le altre possibilità.

Jihad, insomma, è semplicemente un modo per diffondere la verità e sforzarsi di fare la cosa giusta. Anche parlare di Islam di fronte a molte persone è Jihad, come Jihad è il mese di digiuno da compiere ogni anno.

     Spesso persone ignoranti hanno invece additato i musulmani per la condizione della donna, sottolineando il fatto che le donne "siano costrette a portare il velo" e che i musulmani siano poligami. Questo ha portato alcuni politici a proporre di non far entrare in Italia che immigrati cristiani. Quelle affermazioni però sono slegate dal contesto storico e geografico di una religione che comprende tante popolazioni come l’Islam: sul Corano non c’è nulla che riguardi esplicitamente l’uso del velo, si parla semplicemente di vestirsi in modo da non attirare l’attenzione e per gli uomini è prescritto di abbassare lo sguardo di fronte alla donna; per quanto riguarda invece il fatto che ogni uomo possa avere quattro mogli, bisogna ricordare la situazione dell’Arabia di Mohammad, un luogo nel quale nascere femmina era una disgrazia e si veniva trattate come oggetti e ogni uomo poteva avere quante donne voleva, si è quindi provveduto ad una "legislazione" del matrimonio, che nell’Islam è un "contratto legale".

    Altri aspetti interessanti riguardano la Sharia, la cosiddetta "legge islamica". Sharia in realtà vuol dire semplicemente "legge", quindi quell’insieme di norme che ogni Stato decide indipendentemente dal Corano. Sul testo sacro per i musulmani vi sono infatti molte prescrizioni che riguardano punizioni per ladri, adulteri…ma queste sono applicabili in determinate condizioni, sul Corano è scritto di dare a tutti quello di cui si ha bisogno, a quel punto se un uomo diventa ladro, si può considerare a tutti gli effetti un malfattore.  Per quanto concerne invece le punizioni corporali, esse sono pensate per non essere devastanti, ma per far semplicemente riflettere chi ha compiuto un misfatto e sono regolate da severe norme quasi mai rispettate da chi le applica.

Insomma, per parlare di Islam non bastano due ore o tantomeno poche righe, ma bisogna pensare che comunque molto spesso quello che ci dicono i media non è vero, in parte o del tutto. Informarsi è quindi fondamentale e aiuta a formarsi una coscienza propria. La cosa che comunque mi è subito saltata agli occhi è che nel mondo islamico come in quello cristiano, le interpretazioni dei potenti sono quasi sempre fuorvianti e tese all’interesse personale, per questo generalizzare è sempre stupido.

 
INCONTRO CON DON VITALIANO DELLA SALA

Il testo integrale (del 1-3-2003) è scaricabile in formato Word.zip con un clic su questo pulsante
Le domande delle/i ragazze/i presenti sono state sintetizzate nei titoli dati alle varie parti dell'intervento.


INTRODUZIONE

di Francesco Napoli

Don Vitaliano l’ho conosciuto al convegno di Formia dello scorso Novembre sul tema: “Oltre i confini di ogni fondamentalismo”. Lui è intervenuto durante la tavola rotonda a cui io ho partecipato.

Sentendolo parlare mi è subito sembrato un prete un po’ particolare, che diceva la sua opinione tranquillamente, senza aver paura di esporsi, dicendo cose che potevano mettere a repentaglio la sua carriera di ministro nella chiesa.

Dopo l’incontro di Formia, poiché questo prete mi aveva incuriosito, ho seguitato a cercare notizie su di lui attraverso i giornali e il suo sito Internet. Ho trovato informazioni interessanti tra cui molte sue lettere contro tante ingiustizie. Ho anche seguito la vicenda del suo allontanamento dalla parrocchia di Sant’Angelo a Scala e gli ho scritto una lettera di solidarietà, anche se lui non mi conosceva.

Così ho pensato di invitarlo a S. Paolo per confrontarci con lui su diversi temi, che sono importanti nella vita di tutti i giorni, quella nostra e quella degli altri.

Tanti sono gli argomenti che mi piacerebbe affrontare, ma poiché abbiamo poco tempo preferirei che parlassimo soprattutto della sua scelta di fede, del suo impegno sociale e politico e delle sue esperienze di vita.

Ho conosciuto tante persone nella mia vita che mi hanno insegnato molto sul percorso della fede, i miei amici e una ragazza in particolare, mia zia Piera, che è suora, e molti suoi amici preti, che mi hanno aiutato nella preparazione del battesimo, che ho fatto a 13 anni, e della cresima. Da quando ero piccolo frequento la comunità di S. Paolo e gli scout. A tutte queste persone sono molto affezionato e riconoscente, ma ora ho molti più dubbi di prima, perché ho visto tanti modi diversi di credere, anche se tutti hanno la stessa fede in Gesù Cristo.

Tanto per aumentare la confusione vorrei sentire anche l’esperienza di fede di Don Vitaliano (l’esperienza non le filosofie) in modo da confrontarla con le altre esperienze, quella mia e quelle degli altri che ho conosciuto.

Per quanto riguarda l’impegno politico e sociale vorrei capire quale è stata l’idea, che ha spinto Don Vitaliano ad affiancare il movimento no-global, mettendosi in contrasto con la gerarchia ecclesiastica. L’opinione di tante persone è che un prete dovrebbe solo pensare a dir messa e non a fare politica. Su questo io non sono d’accordo e vorrei sapere cosa ne pensa Don Vitaliano.

Mi interesserebbe anche sapere da Don Vitaliano come vive la molteplicità delle sue esperienze come prete, come no-global, come uomo e come persona ormai famosa, e come ha vissuto i provvedimenti che la gerarchia ecclesiastica ha preso contro di lui...

LA PAROLA A VITALIANO…

(...) Una delle pagine del Vangelo che da ragazzo mi colpiva di più era quella sulla parabola del lievito, che viene buttato nella farina e insieme alla farina fa massa, si scioglie in essa e contemporaneamente la fa crescere. Pensavo, e penso ancora, che sia uno dei modi per fare il cristiano, per essere cristiano. E quando sono stato ordinato prete, il mio abate di allora (io dipendo da un abate benedettino, perché la mia diocesi è sotto la giurisdizione di un’abbazia) mi disse: “consumati per gli altri!”

Non so se si rendesse conto di quello che diceva o se lo diceva tanto per dire, ma io l’ho preso in parola! I miei problemi, come quelli di Giovanni (Franzoni – ndr) o quelli dei personaggi che abbiamo citato prima (cfr: “PENSIERI RIBELLI”- ndr) o di tante persone meno conosciute, vengono fuori quando tu cominci a “consumarti per gli altri”, quando cominci a diventare “lievito” che si scioglie nella farina. Ma queste cose erano diventate talmente mie, erano entrate così tanto nella mia vita, che ho continuato ad andare avanti, pensando di non avere mai fatto niente di male.

            Questo brano del lievito mi è servito anche a rapportarmi con il movimento “no global”. Secondo me ci sono due modi, a mio giudizio entrambi positivi, per un cristiano o un prete per stare in rapporto con il movimento no global. Uno è il modo scelto da tantissime associazioni e gruppi di cattolici, che è quello di affiancare il movimento, di entrare nel movimento badando bene ai confini. “Pax Christi” o “Lilliput”, ci entrano come tali, portando il loro contributo all’interno del movimento e “lasciandosi contaminare” da esso. C’è uno scambio di esperienze.

             Io, come anche altri preti, ho pensato che fosse giusto anche lì starci come lievito nella pasta, essendo un tutt’uno col movimento. Ovviamente conservando le mie diversità: io sono un prete, un cristiano. E sto nel movimento da prete e da cristiano, però riducendo al minimo questa distanza tra cosa sono io e cosa sono gli altri, cercando per quanto possibile di far coincidere le strade e le esperienze, soprattutto con quella parte del movimento che sono i “disobbedienti”, vicini ai centri sociali. E’ interessante sperimentare nuovi modi per stare all’interno delle realtà che ci troviamo ad incontrare. Nella mia formazione, da studente, da ragazzo, guardavo, per esempio, all’esperienza di questa comunità: per me è un’emozione stare qui oggi! Non ve lo immaginate nemmeno, perché quando questa comunità ha cominciato ad esistere, io stavo in seminario e sentivo, e leggevo, e mi incuriosivo per quello che succedeva qui, senza avere pregiudizi verso le realtà e le persone che fanno esperienze nuove. Anzi: cercando di capire che un’esperienza nuova è sempre positiva, anche quando può finire subito, o quando ci si accorge degli errori e si deve tornare indietro. Non bisogna avere pregiudizi o paure che ci spingano a dire “si è fatto sempre così” o “i preti dovrebbero dire la messa”.(...)

          (...)Ascoltare quello che di positivo c’era, e c’è, in ogni esperienza e trarne delle conclusioni: questa fu la bellezza del Concilio Vaticano secondo e questa, per me, è la bellezza del movimento dei movimenti (no global, new global o come lo vogliamo chiamare). La bellezza è che nessuno dice “bisogna avere questa ideologia”, “bisogna essere così”, “bisogna vestirsi in questo modo”, “bisogna pensarla in questo modo”. Invece quelli che provengono da un credo religioso o politico diverso, quelli che hanno ideologie diverse o non ne hanno affatto, si ritrovano insieme e si pongono degli obiettivi comuni. Non guardiamo a quello che ci differenzia (i modi di pensare, i modi di vivere, la cultura), ma all’obiettivo. Anzi, le differenze ci arricchiscono, perché se mettiamo insieme le nostre differenze ognuno di noi avrà le idee degli altri oltre le sue.

Qualcuno mi ha sempre ripetuto un proverbio secondo il quale “se scambiamo idee, ognuno rimarrà con un’idea in più”. Se io e te ci scambiamo le idee, io avrò le mie, ma avrò anche le tue. E viceversa. Altrimenti ognuno rimane con le proprie idee e non si cresce, non si migliora. (...)

IN NOME DI DIO?

Se ognuno fa un dio a sua misura, verrebbe da pensare che sarebbe meglio un mondo senza Dio o che Dio non esiste.

In realtà Dio “si tira fuori”.

All’inizio del campionato, la squadra della mia parrocchia, che sta in seconda categoria, voleva la benedizione. Io ho detto “no, perché se io benedico voi e il prete del paese vicino benedice la sua squadra, poi, come si fa? Dio da che parte starebbe, dalla parte vostra o da quella degli altri?”

E’ chiaro che ognuno vorrebbe Dio dalla sua parte! (...)

          (...)Gesù Cristo capovolge il modo di pensare umano, quello che ti spinge a tirare Dio sempre dalla nostra parte: mi fa male la testa e “Dio aiutami”, devo vincere la guerra e “Dio aiutami”. Come un panino di McDonald’s: lo compri, gli porti la candela o gli fai celebrare la messa, spendi quindici-ventimila lire e Dio ti fa il piacere. Ma non è così! (...)

PERCHÉ ENTRARE NELLA CHIESA? PERCHÉ RIMANERCI?

Per me, la chiesa coincide con l’umanità, non solo con chi crede in Gesù Cristo. Il metro di misura di Dio, che è molto più libero ed intelligente di noi, per fortuna, è: “ero affamato e mi hai dato da mangiare, ero assetato e mi hai dato da bere”. Lui non chiede “hai creduto in me?”. Tu dici “no” e lui dice “vai all’inferno!”. No! Il metro di misura è se hai creduto nell’Uomo, se ti sei fatto compagno di strada soprattutto del debole, di Dio.perché Gesù Cristo dice:”ogni volta che avete fatto del bene ad uno di questi, lo avete fatto a me”

Quindi, essere compagno di strada, essere attento ai problemi del povero e dell’escluso, significa essere attento a Dio, farsi compagno di strada di Dio, credendoci o non credendoci. Allora la chiesa veramente diventa una cosa con dei confini allargati a tutto il genere umano.

Poi c’è la chiesa cattolica, poi c’è il papa…(...)

(...)Secondo me bisogna starci dentro per quanto è possibile ed impegnarsi a cambiare in meglio le cose. Tanti ci hanno provato e secondo me, provandoci, hanno anche migliorato la chiesa.

Quando sono entrato in seminario, nel ’73, si cominciava a vivere il Concilio. La mia formazione in seminario è stata contrassegnata da queste aperture, dallo sforzo di applicare il Concilio. Poi sono arrivate le chiusure, ma uno si trovava già incamminato e fin quando non ti colpiscono gli integralismi e le chiusure, tu li neghi e dici “sarà un momento di passaggio, sarà il mio vescovo che è così”, invece vai avanti e ti accorgi che è un vento che prende parecchi vescovi, non solo il tuo.

Comunque, io credo che l’”altra Chiesa possibile” che tutti desideriamo, sia davvero possibile da costruire ed abbia ancora tante cose da dire al nostro mondo. Per questo è importante restarci dentro per quanto è possibile, impegnandoti a cambiarla (...)

          (...) Io ho passato dieci anni sforzandomi di trasformare la piccola comunità di un paesino, non perché sono bravo, ma perché la gente certe cose le sente. Quando tu cominci a dire “decidete voi, non date solo a me la responsabilità di decidere sull’economia della parrocchia, sul progetto pastorale. Facciamolo insieme!”, la gente dice: “questo è scemo”, si meraviglia. Poi però ci trova gusto, quando convochi l’assemblea di tutta la parrocchia. All’inizio venivano dieci persone, poi facevano a spintoni per entrare in chiesa perché ognuno voleva dire la sua, ed era molto bello. E quella comunità queste cose non le perderà mai più, infatti sta litigando col nuovo prete che vuol fare tutto il contrario. Lì non sapevano nemmeno che fosse stato celebrato il Concilio Vaticano secondo, nessuno glielo aveva mai detto: cosa se ne facevano quei poveri montanari del Concilio? Quando hanno scoperto che c’erano queste possibilità, hanno tirato fuori quello che avevano dentro. Non è che tu sei bravo a costruire comunità: le comunità ci stanno già. E se fai partecipare tutti nelle decisioni, se li coinvolgi, se impari da loro, le cose vanno bene. Per dieci anni, in questa comunità, ho vissuto la chiesa! Ho avuto modo per dieci anni di sperimentare questa cosa, che può darsi finirà come esperienza, può darsi che continuerà(...)

QUAL È IL POSTO DEL CRISTIANO?

            Non dobbiamo cercare un posto per testimoniare Gesù Cristo. Dobbiamo restare nel posto in cui siamo: il lavoro, la scuola. Vai a scuola? Devi contestare la Moratti! Il regno di Dio non è una cosa di preti, di monache, di gente che crede. Il regno di  Dio è una cosa concreta. Nel regno di Dio c’è posto per una scuola bella. Oggi, su quattro italiani, tre non fanno il lavoro che vorrebbero fare. Noi, tante volte, ci siamo rassegnati a questa cosa. Ci siamo rassegnati alla guerra, la guerra è inevitabile. E’ vero che mettiamo la bandiera, è vero che facciamo la manifestazione, ma se ci interroghiamo veramente, nessuno crede che la guerra non ci sarà, e soprattutto che noi possiamo evitarla. Invece dobbiamo crederci. Noi lottiamo nella scuola per cambiare la scuola, ma alla fine… Vogliamo il posto di lavoro? A Napoli ogni giorno c’è una manifestazione di disoccupati. Se tu parli con i disoccupati, sono rassegnati, ti smontano, ovviamente sono disperati. Ma la disperazione e la rassegnazione non sono due cose che devono per forza camminare insieme. Anzi, se sei disperato e rassegnato, sei fottuto! Se invece nella disperazione trovi la forza per credere che le cose possano essere cambiate, secondo me le stai già cambiando.

Davide, il piccolo re, sconfisse Golia, che era un gigante che sconfiggeva tutti, non tanto perché aveva la fionda e la pietra, ma perché ci credette, credette “io posso sconfiggerlo!”

E’ tutto  nella “fede” nelle tue potenzialità, nella possibilità di un altro mondo. Bisogna crederci, altrimenti partiamo gia sconfitti, col piede sbagliato. Se noi vogliamo un mondo diverso però crediamo che è difficile farlo, casomai non si farà proprio, tutti ti staranno contro, tanto vale che ci teniamo questo, perché così perdiamo tempo.

A voi ragazzi (scusate se faccio l’adulto) il torto che stanno facendo è togliervi questa speranza, è regalarvi tanta rassegnazione. E’ il torto peggiore che vi stanno facendo e lo fanno attraverso la televisione, attraverso tutto.

 UN CONTRIBUTO PER SALVARE
LA MEMORIA STORICA DELLE CdB


SULLE ORME DEL CAMMINO DELLA COMUNITÀ

Intanto vi dico che sono molto bene impressionata da questa fotografia, perché le orme sulla sabbia oggi ci sono, domani no. Ed è come siamo noi: passeggeri, provvisori.

Poi la sabbia e il deserto mi sono particolarmente cari perché io sono nata in Egitto e il deserto è un’esperienza indimenticabile, fortissima.

Fate la storia della Comunità. La Comunità non è nata qui, prima di tutto, è nata in un altro posto, adesso vedremo quale. Nel fare questa storia vi dirò come l’ho vissuta io, quindi sarà una storia parziale, non sarà la storia della Comunità.. Chi può scrivere alla cronaca magari prende i documenti, fa una cosa più precisa. Vi racconto "Io e la Comunità di S.Paolo".

Vi dicevo che non è nata qui, è nata nella basilica, perché intorno agli anni '70 (pensate che è trentadue anni fa: credo che voi eravate dei piccoli ovetti minuscoli e nascosti) ha cominciato un gruppo e a Roma si è sparsa la voce che c’era questo gruppo che si vedeva il sabato sera nella famosa "sala rossa": il gruppo della sala rossa! A fare che? A leggere le letture della domenica dopo e a meditare sul senso e sul significato di queste letture, parlarne, confrontarci con Giovanni Franzoni che poi (credo durante la notte) rielaborava, pensava a tutte le cose dette in quelle ore che stavamo insieme e il giorno dopo, nell’omelia, si riconosceva la traccia delle cose chhe erano state dette la sera prima. Devo dire che questo periodo della sala rossa e della nostra presenza nella basilica di S.Paolo è stato un momento fortissimo e molto visibile nella città di Roma, perché pensate che nella messa (non voglio fare l’esagerata) c’erano tranquillamente almeno mille persone. Per dare la comunione a queste mille persone ci volevano dieci preti. Immaginate la scena di queste file che non finivano più di persone che andavano a prendere la comunione. Questo era il segno visibile nella città di un modo di avvicinarsi alla messa domenicale che era un po' diverso. È chiaro che nessuno di noi poteva andare a prendere la parola perché non c'era questa possibilità, anche se il Concilio c'era già stato: il Concilio Vaticano II, dal '62 al '65, che tra l'altro aveva sancito che si ricominciava a dire la messa nella lingua che la gente parlava, non in latino che nessuno sapeva più. Io avrò sentito cinquemila messe in latino, ma poi cosa rimaneva? Il "Pater Noster" che sapevo a memoria. Però preferisco dirlo nella mia lingua perché capisco quello che dico.

Non potevamo andare a parlare, quindi era compito di Giovanni andare a portare anche l'esigenza di questa gente.

Venivamo tutti da esperienze maturate all'interno della chiesa cattolica in diverse collocazioni. Io personalmente ho avuto esperienza di lavori di gruppo: li chiamavamo i "gruppi della messa domestica". Ci riunivamo un giorno della settimana, si faceva la messa a casa. Il prete nostro amico, molto bravo, con questo gruppetto di dieci/dodici persone arrivava col suo altarino portatile (un tavolino pieghevole che contiene una reliquia di un santo e che quindi consente aòl sacerdote di poter celebrare e poter consacrare il pane e il vino). Arrivava, dunque, con la sua valigetta, noi apparecchiavamo, poi si faceva la cena: in microbo quello che facciamo adesso. Venivamo in molti da questo tipo di esperienze.

Perché c'era questa spinta a chiedere qualcosa di più? Prima di tutto era un senso di insoddisfazione nei confronti di un insegnamento che sentiamo starci molto stretto: l'insegnamento della chiesa cattolica. Perché era un insegnamento fatto soprattutto di precetti, dogmi, punizioni e quindi era un insegnamento rigido, non un insegnamento che ti accompagna per capire, per procedere in giustizia, nel rispetto degli altri, nel rispetto di te stesso. C'era un'insoddisfazione per quanto riguarda il contenuto dell'insegnamento, le modalità.

Poi c'era un'altra cosa fortissima che era sotto gli occhi di tutti. La chiesa cattolica italiana era fortemente compromessa col potere. Ma quando noi diciamo "fortemente", diciamo che il partito della Democrazia Cristiana operava sul piano politico quello che "oltretevere" era gradito. Certe leggi non si potevano fare, certe posizioni non si potevano prendere: era una politica e una marcia guidata da una presenza fortissima e imprescindibile della chiesa cattolica italiana.

In anni in cui i sindacati, le forze politiche di base, cominciavano a mettere in discussione tutti i poteri, anche questo tipo di potere è saltato in aria. Non solo per merito nostro, ma perché c'era un movimento di idee che metteva in discussione il potere e le connivenze con il potere. Immaginate l'effetto che ci ha fatto nel '73, dopo il golpe in Cile, vedere l'arcivescovo vicino a Pinochet. Era veramente una bestemmia, perché aveva massacrato, torturato, ucciso. Noi lo chiamavamo il "regime dei macellai" e l'arcivescovo non aveva preso le distanze. Questo ci sembrava veramente un fatto intollerabile.

Allora ci chiedevamo "ma la chiesa povera com'è?", "che fa la chiesa povera se non può dire ai potenti 'fate così o fate colà'?"

Fa un altro lavoro che è quello di sensibilizzare le coscienze, quello di renderci più umani, più consapevoli, più rispettosi. Di agire su quella pista (difficile, complicatissima) che Gesù ci ha insegnato.

Vi dicevo che in Italia certe leggi non si potevano fare, non se ne poteva parlare, non si poteva aderire, non si poteva prendere posizione. Quando le forze della sinistra si sono messe d'accordo ed hanno fatto passare, nel '74, la legge che regola il divorzio, è successa l'ira di Dio. Alcuni cristiani non volevano il divorzio per divorziare, ma volevano che fosse regolamentato per coloro che in coscienza decidevano di arrivare a questo passo: non era un obbligo, era un'opportunità. Nessuno obbliga nessun altro a divorziare, ma se un legame si è spezzato, allora è bene che ci sia almeno una regolamentazione. Per i figli, per esempio: è giusto che sia così.

Il fatto di avere preso posizione per questa libertà di coscienza è costato un qualche cosa al nostro abate Giovanni Franzoni: la sospensione "a divini" (la sospensione dalla possibilità di celebrare i sacramenti). Era stato bloccato.

Da quel punto, credo, abbiamo preso coscienza (noi e molti altri, perché non è stato solo un fatto locale di un gruppettino di persone di Roma, è stato un fatto molto grosso che ha riguardato un movimento che si è diffuso in tutta Italia) con prese di posizione di teologi eminentissimi, anche gesuiti, dalla parte di chi diceva che in coscienza questa legge ci può stare perché non obbliga nessuno, ma è un'opportunità che chi vuole può e deve cogliere.

Il corpo cristiano ha cominciato a riflettere e moli gruppi si sono ritenuti "dissenzienti". È così che viene fuori la definizione "cristiani del dissenso". E noi cristiani del dissenso ci siamo fatti i nostri cinquecento metri e siamo arrivati qua. Siamo usciti dalla basilica perché il posto non ci sembrava più idoneo, e siamo arrivati in questa chiesa povera, questa specie di capannone. E ci andava benissimo (adesso mi sa che lo vedete bello, perché prima era ancora più brutto, ancora più povero!).

Qui abbiamo cominciato a vivere questa nostra esperienza di cammino, il desiderio di testimoniare la fede. C'è stato un dibattito lunghissimo: fede e religione. Due parole che non sono sinonimi. Fede e politica: come si intrecciano. Erano i dibattiti teorici del nostro tempo. I sacramenti: come ci rapportiamo con loro? Come ci rapportiamo, prima di tutto, con l'eucarestia, quando ci mettiamo insieme qui per celebrarla?

Sono stati scritti libri da gente che sta ancora qui dentro su alcuni sacramenti in particolare, e devo dire che eravamo anche gente che studiava, che si metteva lì a cercare di capire. Cercava nella storia, per esempio, per capire da quando è apparso il sacramento della penitenza, che non c'era da sempre (Gesù non ha mica confessato la gente, e allora com'è uscito questo sacramento della penitenza in questa forma "auricolare" in cui uno parla col prete e basta?), e ci siamo sforzati di capire.

Certamente anche negli anni successivi su tutti i sacramenti c'è stato un dibattito e un tentativo di capire e approfondire, compreso quello che a noi donne ci intrigava di più: perché l'ordine è riservato ai maschi? Noi sappiamo, lo abbiamo imparato nel rapporto fecondo con i cristiani delle chiese riformate (in particolare i valdesi a Roma) che le pastore sono presenti e attive nelle chiese protestanti, ma la sacerdotessa donna cattolica, no. E ogni volta si ribadisce "NO", ma "NO" perché donna. È proprio il suo essere donna che permette di dire "NO".

Quindi: esser uomini e donne nella Comunità. Con le nostre esigenze, i nostri differenti carismi, le nostre differenti capacità di relazionarci gli uni con gli altri, con le esigenze di vita nella Comunità che si differenziano, per dare un apporto di pari dignità sia alle donne, sia agli uomini all'interno della Comunità.

E nello stesso modo aprirsi anche all'esterno, guardare il mondo. Questo nostro cammino lo abbiamo sempre fatto con gli altri lavoratori. Come cittadini avevamo camminato insieme con tutti gli altri. Come credenti con le altre comunità d'Italia, molto spesso, nei convegni internazionali, con le altre comunità europee e con credenti di altre religioni (diciamo così anche se tutti i cristiani si riferiscono ad un unico libro che è la Bibbia). Il rapporto con altre religioni in senso diversificato (non cristiane) è venuto successivamente: prima di tutto i musulmani quando è cominciata un'immigrazione "pesante" e visibile in Italia, e poi con gli ebrei (che comunque si riferiscono al nostro stesso libro, alle stesse scritture), i buddisti e così via. E anche i non credenti, aperti a capire ciascuno cosa poteva portarci per crescere in questo bisogno di relazione profonda che è basata sul rispetto e sulla valorizzazione degli apporti di chiunque voleva venire qui dentro a pregare.

Possiamo dire "siamo cristiani in ricerca". Siamo lì sulla sabbia, camminiamo, lasciamo delle impronte. Qualcuna resta più profonda, qualcuna no, qualcuna si disperde, si cancella. Quello che è sicuro è che come le impronte sulla sabbia, che non sono indelebili, noi non abbiamo certezze e garanzie. La nostra è una ricerca di autenticità, di verità, di fedeltà alla Parola, ma nessuno ci garantisce che questo è giuso o non è giusto, sbagliato o non sbagliato. Non c'è più un vescovo che ci dice "avete detto delle fesserie, questo non va bene con la Parola". Siamo noi fra noi che cio confrontiamo. Anche questa nostra esigenza di saper portare questa testimonianza è passibile di dubbio. Siamo capaci di farlo? Siamo capaci di testimoniare la Parola scritta, quella che abbiamo chiamato la "sequela di Gesù", cioè quello che Gesù ha fatto nella sua vita materiale, nella sua vita storica? Siamo capaci di ripercorrerlo e di riproporlo, cioè di testimoniarlo? In che misura anche noim siamo imperfetti? Prima di tutto lo riconosciamo: siamo imperfetti! Non abbiamo nessuna pretesa di essere i soli che detengono tutta la verità, tanto più che oggi è più giusto parlare di verità al plurale anche se la parola italiana rimane uguale al singolare e al plurale: le verità! Però tutto questo ci arricchisce.

Qualcuno potrebbe chiedere: "ma come mai che eravate in mille e ora vi siete ridotti ad un pugnetto di persone, duecento quando siete tanti?" Perché la strada è faticosa, bisogna continuare ad impegnarsi, a lavorare, a cercare senza certezze, e questi mille, come una gran massa d'acqua, se ne sono andati per mille rivoli: un po' sono qui, un po' sono andati da altre parti, ci sono altri movimenti, ci sono altri modi di testimoniare, c'è anche un modo di essere presenti dentro la chiesa cattolica per testimoniare all'interno, cioè dentro le parrocchie tanto per dirsi con chiarezza le cose, ed è tutto accettabile e positivo. Noi non diciamo "quelli hanno tradito": hanno scelto di fare il loro percorso secondo le loro forze e le loro esigenze e non c'è da dire chi ha ragione e chi ha torto, perché altrimenti ricadremmo nel vecchi peccato del "tu sei sulla retta via e tu no".

Certo una guida generale per dire "stai sulla retta via" c'è e ce l'abbiamo scritta dentro: chi opprime, chi sfrutta, chi è contro, chi non rispetta, non da una testimonianza d'amore. Il resto è la nostra scommessa e siccome nell'email che ha mandato Dea c'era scritto "avremo degli eredi o no?", rispondo: "e chi lo sa?"

Chi vorrà seguire spontaneamente si metterà su questa strada, ma darà anche degli indirizzi diversi. E naturalmente sono le giovani generazioni, siete voi. Noi abbiamo fatto un tratto, un cammino. Abbiamo lanciato un sasso nello stagno e questo sasso si può spezzare, diventano dieci sassi, ognuno se lo prende e se lo manovra come gli pare.

Buon lavoro!

Anna Maria Marlia


LETTURA COMUNITARIA DELLA BIBBIA

La domanda dei ragazzi:

Qual'è l'atteggiamento di una Comunità cristiana nei confronti dell' Antico Testamento, e, in particolare, come si pone nella relazione con un Dio violento e burbero che più volte la Bibbia ci presenta?


   La lettura comunitaria della Bibbia è nata con la Comunità. La prima cosa che abbiamo fatto insieme, e che prima non si usava fare, è stata la lettura dei brani del Vangelo o del Testamento ebraico che erano proposti per la domenica successiva. Però erano dei pezzetti. E quelli che andavano lì a leggere e a commentare insieme a Giovanni questi pezzetti, leggevano sempre quei frammenti che proponevano i foglietti ufficiali.

   Allora la Comunità si è chiesta : "Cosa c'è oltre questi pezzetti? Vogliamo cominciare a leggere insieme in ordine organico la Bibbia (intendendo sia il Testamento ebraico che quello cristiano)?" Così è nato il Gruppo Biblico di cui faccio parte.

   In seguito ci si è posti il problema del come fare, dell'apporto degli "esperti", che non si sovrapponga, ma che aiuti gli altri a riflettere, e la ricchezza di stimoli, di suggerimenti, di motivazioni che vengono fuori quando ci si confronta su un brano. Io ricordo, quando ero ragazzo come voi, che la Bibbia era una cosa quasi vietata; ce n'erano pochissime nelle case, perché c'era una specie di paura a dare queste cose ricchissime in mano alla gente comune che non aveva, dicevano loro, gli strumenti adatti per leggere e poteva arrivare a interpretazioni strane. Io a casa ne avevo una che si chiamava "LA BIBBIA DELLE FAMIGLIE" e raccoglieva tutti i pezzi più edificanti, più belli della Bibbia. I Vangeli non erano quattro ma uno perché era tagliato e fatto in modo da rappresentare una storia unitaria. Io la leggevo ed ero molto edificato. Poi ad un certo punto mi hanno regalato una edizione completa dei vangeli e leggendoli mi dicevo spesso: "Ma questo pezzo non l'ho letto mai" e vedevo che erano tutti pezzi importanti, anzi, alcune volte sembravano smentirne altri che avevo già letto. Inoltre non quadravano con certe prassi e affermazioni della Chiesa ufficiale. Lì mi è venuto il tarlo e venendo in Comunità ho finalmente potuto approfondire.

   Attualmente la lettura avviene così: prendiamo un libro (dell'antico o del nuovo Testamento) e con l'aiuto, almeno iniziale, di persone che hanno più strumenti e preparazione di noi e che ci consigliano dei testi con commento sia di cattolici che di protestanti, ci diamo un compito, li leggiamo a casa dove facciamo delle riflessioni, poi veniamo qui, confrontiamo queste riflessioni e vediamo che se a casa ti erano venute cinque idee, qui te ne vengono cinquanta, perché le metti a confronto con quelle degli altri e con la vita, perché la cosa importante è capire che la Bibbia non è un libro da scaffale. Qualcuno ci dice: "Perché continuate a leggere queste storie? Non hanno più nessuna influenza, e se ce l'hanno è negativa. La società si è laicizzata, si è scristianizzata…" Invece a me pare evidente, a guardar bene, che moltissime delle consuetudini, delle regole morali, delle norme, dei modi di vivere attuali, oltre che il potere politico ed economico della Chiesa, si basino ancora in ultima analisi sulla Bibbia. È quindi importante poter obiettare a coloro che ci dicono "la interpretazione giusta è questa", che invece c'è anche un'altra possibilità di lettura, per esempio per evitare il fondamentalismo. Oggi un grosso problema è quello dei fondamentalisti. Quei poveracci che si vanno a fare esplodere e dicono "Allah è grande!", lo fanno in nome di Dio, come quell'ebreo che ha ammazzato Rabin in nome di Dio previa un'autorizzazione di rabbini che gli hanno detto "Vai, perché Dio lo vuole!", o come i cristiani che andavano alle crociate perché Dio lo voleva, oppure quelli che fanno gli attentati in America contro le cliniche in cui si fanno gli aborti; lo fanno tutti perché credono che Dio lo voglia. Ma dove sta scritto che Dio lo vuole? Nella Bibbia! Allora andiamo a vedere quello che dice la Bibbia. O andiamo a vedere che dice il Corano. È un modo per informarsi, per poter poi avere gli strumenti per prendere una decisione critica personale. Se uno, prima di una partita di calcio ci dicesse "abbiamo riformato il gioco, ma non vi preoccupate, tanto l'arbitro conosce le regole e fischia quando deve fischiare!" risponderemmo "no, se permetti me lo fai vedere prima questo regolamento!" Questa è un po' la sostanza del leggere la Bibbia insieme.

   Poi abbiamo letto anche il Corano che oggi è importante anche per noi. Quando senti dire che il velo è prescritto nel Corano, che il Corano impone la guerra santa perché vuole conquistare il mondo, ecc., in realtà che dice lì? Noi abbiamo avuto qui in Comunità anche dei rappresentanti della comunità islamica, abbiamo parlato con loro, o anche con musulmani non osservanti in modo rigoroso, e abbiamo scoperto che la conoscenza del Corano è molto limitata al livello di base nei paesi islamici. Lo conoscono solo i dotti, mentre la gente comune ne conosce solo piccoli brani che vengono usati a scopo liturgico dopo essere stati imparati a memoria , per cui quello che qui è successo, prima nelle comunità di base e oggi anche in molte parrocchie, dove i laici si sono detti "andiamo a vedere cos'è questa parola di Dio sulla quale ci si chiede di comportarci in un certo modo", là credo che sia ancora agli inizi.

   Tanto per fare un esempio, uno dei grossi problemi che dobbiamo affrontare è quello dei passi della Bibbia in cui viene tollerata o addirittura ordinata la violenza. Al momento dell'entrata degli ebrei dall'Egitto in Palestina, in Canaan, viene prescritto lo sterminio di tutte le città che Dio "metterà in mano" agli ebrei, a cominciare dagli esseri umani fino ai buoi e alle pecore. E questa è violenza pura. Ma gli studiosi ci suggeriscono di riflettere sul fatto che la realtà storica andò molto diversamente e fu poi rielaborata secondo il genere letterario dell'epica, per ben precisi e datati scopi simbolici, per cui vediamo che lì la parola è molto umana e assai poco divina. Un altro esempio è il ricorrente problema della cosiddetta teodicea, cioè "perché accade il male agli innocenti"e sul quale Giobbe già si arrabbiava tanto. Sono tutti problemi grossissimi con i quali si sono confrontati quelli che hanno scritto la Bibbia e che ci aiutano a riflettere. Ora, ci sono vari passi problematici, ma poi ci sono anche dei passi profetici, sorprendenti se confrontati con la mentalità prevalente di quei tempi, dove c'è un filo rosso che parla di solidarietà, di universalità, di speranza, e che è stato ripreso in modo abbastanza deciso nel nuovo Testamento con Gesù che non è un Messia trionfante, non è un Messia che guida un esercito e riconquista la libertà per Israele, ma guarda più in là. Quindi sono tutti problemi grossissimi: non è che noi abbiamo risolto il problema del dio violento, però sappiamo oggi distinguere un po' meglio di una volta i vari livelli della Bibbia. C'è un livello di tradizione, poi uno di redazione, poi è stata rifatta per motivi cultuali durante la ricostruzione del tempio: all'inizio può sembrare difficile perché è un libro antico che va letto in molti modi, però sono tutti problemi importanti che alla fine ci affascinano anche se non siamo in grado di dare sempre una risposta esauriente, però ce li poniamo ed è già tanto.

   Tutta la figura di Dio, oggi, è in discussione, perché la forma con cui ce l'hanno proposta era una forma adatta a quei tempi, cioè usavano gli strumenti che possedevano. È un dio antropomorfo, un dio che passeggia a prendere il fresco nel giardino dell'Eden. Oppure di Gesù si dice che "siede alla destra del padre". Ma perché, Dio sta seduto o in piedi? Oggi, detto così, non ha più senso, ma le domande fondamentali restano e noi dobbiamo fare uno sforzo, e su questo siamo impegnati, per cercare di parlare di Dio, se si può parlare di Dio, in termini che tengono conto dello sviluppo della filosofia e della scienza, della nuova immagine dell'universo, del piccolo granello che siamo noi Terra. Insomma è una cosa grossissima sulla quale siamo in ricerca.

Antonio Guagliumi


L'ALTRA META' DELLA CHIESA

La domanda dei ragazzi:

Secondo voi, perché le donne non possono accedere al sacerdozio?


Gabriella: Non sappiamo esattamente perché alle donne è precluso il sacerdozio, ma la chiesa giustifica questo fatto dicendo che Gesù Cristo è figlio di Dio, quindi maschio, e siccome i preti rappresentano Gesù in terra possono essere solo maschi. Che quindi loro non hanno l'autorità di poter ordinare sacerdoti delle donne.

Elena:    E anche perché, i teologi mi correggano, l'istituzione del sacerdozio viene fatta coincidere con l'ultima cena, quindi con lo spezzare del pane da parte di Gesù. Lì erano presenti, secondo loro, solo gli apostoli, quindi soltanto i maschi, non c'erano donne, ed ecco l'equazione "pane spezzato – instaurazione del sacerdozio" (che si capisce nelle forme in cui si è sviluppato che cosa voglia dire) le donne sono escluse per il fatto che non c'erano.

Gabriella:    Invece la più moderna esegesi dice che le donne erano presenti all'ultima cena, avevano preparato la cena e come in tutte le cene, e per la Pasqua in modo particolare, hanno senz'altro cenato insieme ai loro uomini. Quindi se questa è la giustificazione è una giustificazione che non regge. Comunque questo fatto non viene considerato.

Elena: Inoltre le prime comunità erano comunque spesso guidate da donne che presumibilmente presiedevano il ricordo di questa prima eucarestia e spezzavano il pane. Maria di Magdala era una di queste. Domenica scorsa volevo portare una cosa molto carina scritta da una donna in uno dei nostri convegni in cui dice " Gesù era morto da qualche giorno e gli apostoli stavano lì tutti tristi nella stanza. Ad un certo punto Maria di Magdala si è messa al centro del tavolo ha preso il pane e ha detto «ma vi ricordate quello che ha fatto Gesù l'ultima volta che abbiamo cenato con lui ? Facciamo la stessa cosa!» e l'ha fatto lei ripetendo le parole di Gesù, e facendo questo gli sembrava che lui stesse lì di nuovo. E ripresero coraggio per andare. Verosimilmente questo accadeva, che tutti insieme, o le donne, o chi capitava ripetessero il gesto fatto da Gesù. Poi tutto questo bisogna vederlo nel fatto che storicamente la chiesa si è andata costruendo in maniera politica anche per un'esigenza di sopravvivenza, in un certo senso, però mutuando tutti gli schemi maschili che costituivano la società del tempo, per cui le donne non erano contemplate in ruoli attivi, in ruoli di guida. E questo purtroppo è andato sempre peggiorando con i vari concili fino a giungere al trecento, al Concilio di Calcedonia e di Nicea, in cui è stato codificato definitivamente che le donne erano escluse, ma questo perché si è semplicemente riproposta una prassi sociale, perché a quei tempi era così. A nostro avviso non ha nessuna giustificazione o fondamento nel Vangelo, cioè teologico.

Elena Lobina Cocco & Gabriella Natta


RAPPORTI CON ALTRE RELIGIONI E CON I NON CREDENTI

La domanda dei ragazzi:

In cosa si distingue una Comunità di Base dalla chiesa ufficiale nel rapporto con le altre religioni o, magari, con chi non professa alcuna religione?


Giovanni:  Ebrei qui ne abbiamo avuti. Abbiamo avuto una presenza per molti anni di un'amica, Franca, che era ebrea ma ha frequentato sempre la Comunità. Aveva dei problemi di equilibrio col suo corpo, col suo aspetto, e non sempre parlava. Qualche rara volta che parlava ha espresso anche la sua opinione e la sua grande stima per Gesù di Nazareth, per esempio, che lei però considerava un profeta e non Dio.

Comunque dei rapporti che, oltre che in Comunità anche in ambienti come il giornale, abbiamo avuto con gli ebrei, vorrei un pochino incrinare questo concetto per cui l'ebraismo coincide con il vecchio testamento. È una delle grosse violenze che facciamo pensare che la storia degli ebrei finisce con Gesù Cristo, dopo di che ci sono gli ostinati ebrei capoccioni che non vogliono accettare Gesù come figlio di Dio e Messia. Ci sono negli scritti rabbinici dei testi molto belli: l'eternità dell'inferno, per esempio, è un'invenzione tutta nostra. C'è poi una dottrina diffusissima tra gli ebrei, nel Talmud e negli scritti che sono venuti dopo, che Dio, quando punisce nasconde sempre all'interno della punizione una benedizione. Il concetto di punizione irreversibile assolutamente non c'è nella Bibbia e negli scritti ebraici. Poi ci sono varie consuetudini perché loro non hanno dei dogmi fissi come nel cattolicesimo, quindi c'è chi dice che Dio punisce per trenta giorni, c'è chi dice che Dio punisce per una anno il peggiore dei peccatori. E se qualcuno si chiede "E Hitler?", la risposta è "Sì ma i giorni di Dio sono più lunghi!" Se la cavano molto con linguaggi analogici, però nessun ebreo vi dirà che l'inferno è un buco nero in cui vieni ficcato e poi Dio butta via la chiave. Il professor Lombardi Vallari, professore di filosofia del diritto all'università di Firenze, che aveva anche una cattedra alla Cattolica, lo hanno dichiarato non gradito perché a un certo punto ha detto che il concetto della filosofia del diritto dopo Cesare Beccarla, il concetto di punizione eterna, è inaccettabile, perché la punizione non può essere un atto vendicativo, ma è sempre un atto riabilitativo. E Cesare Beccarla queste cose le diceva due secoli fa.

Per quanto riguarda la chiesa cattolica ufficiale, noi siamo stati praticamente "invitati" in modo abbastanza energico ad andarcene dalla basilica e siamo stati per alcuni anni etichettati come "cavallo di Troia", come gente che non credeva più a niente, comunistacci che fingevano di fare ancora un'esperienza religiosa per infiltrarsi e fare confusione nell'ambiente cattolico.

Chi ci scrollò di dosso quest'etichetta fu il vescovo ausiliare mons.Clemente Riva, che era un uomo abbastanza aperto e venne ripetutamente qui in Comunità e disse: "Io non vi do un avallo che voi d'altronde non mi chiedete, però posso dire che per me, sul territorio sul quale esercito il mio ministero di vescovo, siete una realtà di fede". Da allora ci rassicurò che eravamo guardati in questo modo, poi recentemente abbiamo avuto anche un altro episodio che riguarda Paolo Tortora. Nel momento in cui si è dovuto sposare, dato che la famiglia della sua compagna chiedeva un matrimonio in chiesa, nacque il problema della cresima che non c'era stata. Allora facemmo questa famosa lettera in cui dicemmo che secondo noi, quando un giovane aveva frequentato per tanti anni la Comunità, era "confermato nella fede", e la confermazione non richiede l'olio della cresima. In vicariato l'hanno inghiottita e questi si sono sposati in chiesa senza la cresima formale, sacramentale con l'olio e lo schiaffetto.

Nella chiesa cattolica abbiamo degli amici in America Latina, ma anche in Italia. Che so: monsignor Bettazzi (che era vescovo di Ivrea) che ha scritto la prefazione della storia della Comunità Fuori le Mura. C'è un rapporto molto confuso. Recentemente, per esempio, ho partecipato alla presentazione di un mio libro alla Sala S.Carlo il cui direttore, leggendo il programma, ha detto "Ma che c'è quello scomunicato di Franzoni?". I rapporti sono molto diversificati. Comunque ( e qui le opinioni potrebbero essere un po’ differenziate) non abbiamo perso la speranza di poter essere in qualche modo un fermento nella chiesa.

Le cose che ci hanno differenziato dalla chiesa ufficiale, il motivo dell'urto, fu che venne diffuso in basilica un volantino contro l'insegnamento della religione nella scuola. Poi, quando nella guerra del Viet Nam ci fu una certa escalation e bombardarono Hanoi, facemmo un digiuno pubblico religioso e politico insieme nel quale ci si interrogava su quanto avveniva e anche questo mosse gruppi di camerati che venivano da via Gallia coi pulmini e facevano casino in basilica, interrompevano mentre si parlava e così via. "IL TEMPO" scrisse cose terribili contro di noi.

La prima volta che fui rimproverato fu semplicemente perché andavamo nelle fabbriche occupate a dare solidarietà, e questo bastò, ma poi ci furono i dipendenti della Pontificia Opera di Assistenza che venivano licenziati in blocco perché, per un atto di modernizzazione, la P.O.A. si trasformava in Caritas. Questi, che non sapevano nemmeno cosa volesse dire "sciopero", o "festività soppresse" o che altro, vennero da noi e dissero: "Voi che siete andati alla «CRESPI» e all'«AEROSTATICA» a solidarizzare con gli operai, ci potete dare una mano?" Io gli mandi un sindacalista, democristiano della CISL tra l'altro, e la cosa costò due miliardi al Vaticano (due miliardi di allora!). Fu la prima volta che mi chiamarono e mi dissero "La sua azione pastorale non è stata gradita in alto!"

Ci hanno considerato persone che non si inchinavano. "Gli ordini non si discutono", diceva il principio etico fondamentale, invece noi li discutevamo: questo viene dal Vangelo, dalla storia, dalla tradizione, viene dalla disciplina ecclesiastica moderna. Perché se viene dal Vangelo, ci possiamo anche inchinare, ma se viene dalla "disciplina", allora no.

Per esempio una volta mons.Benelli, dopo due ore di "processetto" non riusciva trovare assolutamente niente da obiettare contro di noi e disse "Eccellenza, si renda conto che la politica la fa solo la segreteria di Stato!"

Lo shock finale fu per il referendum sul divorzio del '74.

Luciano: Cinque minuti per raccontare la storia ed il rapporto che io ho con la Comunità. I miei figli li ho battezzati cristianamente: ma io mi sono dissociato comunque dal battesimo sia di Valerio, sia di Marta. Compare soltanto la firma di mia moglie Mariella. Poi piano piano, vedendoli crescere e partecipare al Laboratorio, li accompagnavo, li seguivo e così via. Scelsero tutt'e due di fare la comunione qui in Comunità, e io ne fui ben contento, perché questa scelta mi sembrava un po' più "laica" rispetto quella ufficiale.

Il rapporto che ho con la Comunità è un rapporto di grande simpatia e di affetto ed anche di partecipazione in alcuni campi ed alcuni ambiti. Ed è un po' in linea con la mia storia, per certi versi. Io sono diventato non credente, in realtà, perché i miei genitori erano troppo bigotti e ho ricevuto un'educazione, da piccolo, molto religiosa. Soprattutto mio padre era molto religioso: soffocantemente religioso! Tant'è che una volta, da bambino, dopo aver fatto la comunione, ed essere stato comunicato "ufficialmente", poi me ne feci tante nella stessa domenica per sentirmi "più puro, sempre più puro". Questo lo ricordo sempre come una cosa sulla quale non so mai se ridere o piangere.

Comunque, io attualmente non credo, sono non credente, ma il rapporto che ho con la Comunità è di lavoro fattivo, di scambi personali che arricchiscono sia me sia, spero, anche la Comunità stessa.

Giovanni Franzoni & Luciano Ricci

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